Il professore di Wuhan bloccato a Trento: «La Cina sta reagendo» 

L’intervista. Ivan Cardillo, visiting professor nel nostro ateneo, insegna nella città focolaio del virus: «Sono qui con mia moglie, ma non possiamo partire. Le università cinesi stanno riprendendo le lezioni: ma si fa tutto via web»


Daniele Erler


trento. Gli occhi del mondo sono puntati su Wuhan, la città dell’Hubei, in Cina, funestata dal Coronavirus. Proprio lì vive, ormai da tempo, Ivan Cardillo. È un professore universitario che si è formato a Trento, dove prima si è laureato in Giurisprudenza, poi ha fatto il dottorato e ora è “visiting professor”. In questi giorni è tornato in città per tenere un corso di diritto cinese.

Professore, com’è finito a Wuhan?

È successo tutto per passione, la stessa passione che mi aveva portato anche qui. Sono arrivato a Trento perché c’è un corso di diritto cinese che ora, dopo tanti anni, dirigo io: e mi sono sentito adottato. Subito dopo il dottorato, mi sono trasferito in Cina. Ora vivo e lavoro a Wuhan, alla Zhongnan University of Economic and Laws. Insegno diritto comparato, comparazione fra le culture giuridiche ed etica delle professioni legali. La maggior parte del mio tempo lo passo in Cina. E a Wuhan mi sono anche sposato.

Quando è partito per l’ultima volta da lì?

A inizio gennaio, prima del capodanno cinese. È il periodo in cui c’è la sospensione delle attività didattiche e io rientro sempre in Europa. In questo modo riesco a fare le lezioni a Trento.

Com’era la situazione?

Era abbastanza incerta. C’erano state le prime avvisaglie di questo virus, tra Natale e Capodanno. Però non ci avevamo fatto molta attenzione. Anche perché, fra settembre e novembre, in Cina c’era stato un caso di peste bubbonica. Poi, a metà dicembre, il terremoto a Wuhan e nello Hubei. I primi episodi di Coronavirus sono passati in secondo piano.

Le notizie erano nascoste?

In realtà no, la circolazione di notizie è abbastanza veloce. È vero che c’è un sistema di controllo nazionale che è ispirato al principio di sicurezza. Però le informazioni partono e si diffondono, poi semmai vengono bloccate. Abbiamo saputo dei primi casi direttamente dai giornali cinesi, poi c’è stato anche il passaparola fra colleghi. Semplicemente, sembrava che fossero pochi casi sotto controllo. E invece no: la situazione si è rivelata poi più seria. Quando sono partito io non c’erano controlli in aeroporto. Mia moglie mi ha raggiunto dopo ed è riuscita a partire poco prima che fossero bloccati tutti i voli.

La città come sta affrontando l’emergenza?

Tutte le unità sociali – e con “unità sociale” intendo: una zona residenziale, un campus universitario, oppure un’azienda – hanno un “comitato per la resistenza alla diffusione dell’epidemia” che ha preso una serie di misure. Per esempio, un po’ ovunque ci sono controlli della temperatura corporea. Le varie zone hanno misure più o meno restrittive. Per esempio i controlli sono più stringenti nei quartieri più quotati e costosi. L’università ha bloccato gli ingressi e le uscite e sta garantendo i servizi base, come l’accesso alla mensa. Proprio lunedì è iniziato il nuovo semestre.

Davvero? Gli studenti stanno tornando nelle classi?

No, è tutto telematico. Il governo cinese ha approvato un programma chiamato “ting ke bu ting xue”. Ovvero: si punta a interrompere le lezioni, ma non l’apprendimento. Allora, ci siamo attrezzati. In realtà gli strumenti già c’erano: software e piattaforme. Abbiamo caricato il materiale online e costituito le classi. Io mercoledì (oggi, ndr) terrò da Trento una lezione virtuale a 114 studenti di Wuhan per il corso sull’etica delle professioni legali.

Insomma la Cina sta provando a reagire.

Sì, e fa sempre molta impressione come riesca a mobilitare persone e risorse. E come riesca ad organizzare il lavoro. Ce ne siamo accorti per esempio quando un’azienda occidentale ha fatto una pubblicità poco gradita al mercato cinese: nel giro di 24 ore tutti i prodotti erano stati ritirati. Da sempre la Cina impressiona per i suoi numeri e questa sua grande capacità di mobilitazione. Ora sta facendo uno sforzo immane, anche per dare un segnale internazionale.

Però la risposta è un aumento della diffidenza verso i cinesi.

C’è stata un’ondata di sinofobia nel mondo. Qualche tempo fa ero in un ristorante cinese in Francia e gli stessi proprietari cinesi erano diffidenti verso di me perché sapevano che abito a Wuhan. Nel mondo c’è più paura che solidarietà.

©RIPRODUZIONE RISERVATA













Scuola & Ricerca

In primo piano