Ritiro dei ghiacciai: ecco come si modificano i territori «postglaciali»
L'effetto del riscaldamento climatico rimodella i cicli idrologici, cambia il paesaggio e ha conseguenze importanti sulla biodiversità. Dei nuovi ambienti che ne emergono si è occupata la rete delle aree protette delle Alpi, con un'indagine sugli impatti ecologici. Abbiamo chiesto lumi ai referenti dell’ufficio ambientale del parco Adamello Brenta, William Bombarda e Giuliana Pincelli
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Il ritiro dei ghiacciai rimodella i cicli idrologici, modifica il paesaggio e le condizioni microclimatiche ed ha conseguenze importanti sulla biodiversità.
Dei nuovi ambienti che ne emergono si è occupata la rete delle aree protette delle Alpi, Alparc, con uno studio sugli impatti ecologici del ritiro glaciale in parchi e riserve.
Uno studio che si è concentrato sui cambiamenti del paesaggio, la colonizzazione delle specie e l'adattamento.
Obiettivo: identificare le interazioni chiave negli ecosistemi post-glaciali e proporre strategie di comunicazione e conservazione a supporto della biodiversità emergente.
Al progetto hanno partecipato sei parchi naturali regionali - fra i quali il Parco Naturale Adamello-Brenta -, cinque parchi nazionali (uno italiano), una riserva naturale, una rete di riserve e un’università francesi, un sito svizzero patrimonio Unesco.
Il rapporto del progetto concluso nel marzo scorso, «Alpine Glaciers and New Ecosystems in Alpine Protected Areas» si può leggere sul sito alparc.org.
Lo studio ha valutato la perdita di ghiaccio nelle zone citate dalla massima estensione della Piccola età glaciale (1850 circa) al 2015: «Entro il 2015, l’intero arco alpino aveva perso circa il 57,5% della sua copertura glaciale dal picco della LIA (~1850), riducendosi da 4.248,09 km² a 1.805,88 km²», ricorda lo studio.
«Se le tendenze attuali continueranno - vi si legge - si stima che la superficie dei ghiacciai nelle Alpi diminuirà di circa il 48% entro il 2050. Entro la fine del secolo, si prevede che fino al 90% della massa glaciale delle Alpi potrebbe scomparire».
Il rapporto si conclude con alcune raccomandazioni per la protezione dei ghiacciai e dell'ecosistema emergente nelle aree protette.
Fra queste, la proposta di un trattato internazionale dedicato alla protezione degli ambienti glaciali e postglaciali, il rafforzamento del monitoraggio delle masse glaciali e delle loro dinamiche; l’implementazione delle strategie di pianificazione turistica, la deviazione dei sentieri esistenti per garantire maggiore sicurezza e misure di protezione in zone particolarmente pericolose o in cui si stanno formando nuovi ecosistemi fragili.
Ai referenti dell’ufficio ambientale del Parco Adamello Brenta, William Bombarda e Giuliana Pincelli, abbiamo posto un paio di domande.
Quali sono le maggiori evidenze osservate nelle aree deglacializzate per ciò che riguarda il suolo e il paesaggio?
«La rapida fusione glaciale e la degradazione del permafrost sono dei fattori determinanti per l’aumento dell’instabilità geomorfologica e possono contribuire all’origine di fenomeni franosi come le rock-avalanche di Cima Falkner sulle Dolomiti di Brenta o le debris flow della Val Genova.
Inoltre, le forti e rapide perdite di superficie glaciale hanno avuto diverse conseguenze sul paesaggio d’alta quota; tra queste, di facile riconoscimento è il colore delle rocce liberate dal ghiaccio, spesso caratterizzato da tonalità più tendenti al grigio uniforme e molto diverse dalle rocce limitrofe; oltre a questo sono nati molti nuovi laghi. Anch’essi caratterizzati da colori differenti in base alla presenza o meno di sedimenti in sospensione».
Come avviene la colonizzazione vegetale/animale in queste zone “nuove”?
«Le dinamiche di colonizzazione da parte della flora negli spazi lasciati scoperti dal ghiaccio, avvengono ovunque nel mondo nello stesso modo, come emerso da recenti studi. Il motore fondamentale è l’interazione tra organismi: i primi ad arrivare sono i microrganismi, che permettono la vita delle piante, le quali iniziano la formazione di suolo e mettono a disposizione risorse trofiche per gli animali, che interagiscono tra loro fino a costruire reti ecologiche sempre più complesse.
Negli spazi rimasti scoperti dal ghiaccio arrivano dapprima i licheni, organismi pionieri per eccellenza, che si instaurano sulla nuda roccia e creano un primo strato vivente.
Seguiranno le piante pioniere, specificatamente adattate a tali ambienti primitivi e molto poveri, insieme ad altre specie risalenti da quote inferiori: è il fenomeno del “greening”, che comporta un aumento immediato (ma temporaneo) della biodiversità.
Per quanto riguarda la sfera animale, alla microfauna (composta principalmente da artropodi come insetti, ragni e collemboli), segue l’arrivo della "grande fauna", in particolare gli inseguitori dei ghiacciai (i "Glacier followers"), che trovano qui il loro habitat preferenziale: come stambecco, lepre alpina e pernice bianca, animali che si sono evoluti seguendo nel tempo le dinamiche delle masse glaciali.
Si tratta di animali adattati al freddo, capaci di sfruttare le scarse risorse disponibili e di sopravvivere in condizioni impossibili per altri, ma proprio perché estremamente specializzati, sono fragili nell’affrontare i cambiamenti in atto».
[Nella foto, la Marmolada vista dalla zona delle Tofane, credits: Zenone Sovilla]