La montagna merita rispetto: un abbraccio non salva una vita

di Alberto Faustini

C’è solo il buio, nell’abbraccio che lega, come un cordone ombelicale ricostruito in pochi e mostruosi istanti d’angoscia, una madre e una figlia sotto la neve. C’è solo il silenzio dell’addio, nell’ultima coperta d’amore che una donna ha ricamato in un ventre di disperazione, cercando inutilmente di proteggere la sua cucciola.
Cerco di mettere i miei occhi sotto la slavina che ha ucciso Petra e sua figlia Mia, arrivate qui dalla Germania per riempire di vita una vacanza finita invece nel vuoto della morte. Lo faccio per due ragioni. Prima di tutto per cercare di capire perché ci ostiniamo a sfidare la morte, a pensare di poter domare e dominare la natura anche quando le condizioni del tempo ci gridano vanamente in anticipo che non c’è confine fra avventura e sciagura, fra divertimento e imprudenza.
Al di là delle inchieste, sappiamo già che tutte quelle persone - non solo Petra e Mia - non avrebbero dovuto essere nella zona di malga San Valentino, in alta val Venosta: «C’è un limite da non oltrepassare - ha detto il capo dei soccorritori del Cai Giorgio Gajer - e bisogna saper rinunciare». Chi non rinuncia, fra l’altro, non gioca solo con la propria vita, con quella dei figli, degli amici. Ma anche con quella dei soccorritori, impavidi e straordinari volontari che troppe volte muoiono per salvare una vita e per aiutare chi non sa mai fare un passo indietro, chi dice sostanzialmente sempre la stessa cosa: «siamo qui per pochi giorni; è un’occasione da non perdere; noi non siamo come gli altri; siamo preparati; non capiterà certo a noi qualcosa di brutto». Invece succede. Sempre. Perché la morte non fa differenze.
La seconda cosa che mi chiedo è cosa possa fare una terra come questa per fare in modo che a tutti sia chiaro che in certe condizioni la morte è praticamente già oltre la porta che s’intende varcare. Il vento, mercoledì, soffiava ad oltre 100 chilometri orari. C’era oltre un metro di neve fresca. Il terreno era a dir poco instabile e insicuro. Il bollettino meteo sconsigliava qualsiasi gita. Ma il gruppo di cui facevano parte Petra e Mia s’è messo ugualmente sugli sci. Come se niente fosse.
C’è o c’era un modo per impedirlo? Come si possono bloccare quei turisti e i tanti che, in situazioni diverse ma tutto sommato fra loro simili, si sono sentiti immortali alla partenza di una gita dalla quale invece non sono più tornati? Servono cartelli molto chiari, in una serie di punti strategici, tipo quelli che troviamo in autostrada? Occorrono veri e propri divieti? Si possono ipotizzare multe salatissime per chi ignora i pericoli? 
Io spero che Petra abbia chiesto scusa a sua figlia Mia, in quegli ultimi respiri, in quell’ultimo abbraccio. Perché una madre deve proteggere una figlia anche dal proprio entusiasmo. Sono morte praticamente insieme, mamma e figlia, anche se per un istante s’è sperato di salvarle. E l’ultimo abbraccio ha commosso tutti. Ma «le valanghe - come ha scritto Paolo Cognetti in un’immaginaria lettera a Mario Rigoni Stern - cadono nei punti che sappiamo. Le conosciamo così bene che potremmo dare ad ogni valanga un nome». Ciò malgrado, le sfidiamo ogni volta. Sprezzanti. Incapaci di piegarci alle antiche e sempre uguali regole della natura e alla normalità della morte.