il racconto

Soccorso notturno il Vigolana: «Grazie di cuore a chi ha aiutato il mio papà»

Dania era col padre Duilio quando lui è scivolato rompendosi una gamba: “un momento difficile ma mi sono trovata a fianco tante persone stupende, dal soccorso alpino ai rifugisti. A loro il mio grazie, dal profondo”

L’INCIDENTE. Il soccorso notturno e con la nebbia



TRENTO. “Quello che ci è successo è una cosa grande, una cosa che ti fa aprire il cuore. Quando avevamo bisogno di aiuto ci siamo trovati accanto persone che ci hanno soccorso ma anche non ci hanno fatto sentire soli”.

Le parole sono di Dania Zorzi che assieme al padre Duilio, 74 anni, è stata soccorsa nella notte fra sabato 2 e domenica 3 settembre sulla Vigolana.

E lei, passata la paura, vuole solo dire grazie a chi le è stato accanto, ha chi non l’ha fatta sentire sola, a chi ha preso il padre e lo ha portato fino all’ambulanza. Tutte persone che sono riuscite a farle vedere il lato positivo anche all’interno di un brutto incidente in montagna.

"Io e papà – racconta – volevano raggiungere il bivacco al Becco di Filadonna, dormire lì e poi scendere la mattina dopo”. Ma  al bivacco non sono mai arrivati perché, a 5 minuti dalla meta, hanno incontrato una coppia che ha detto loro che era “al completo”.

I quattro hanno quindi fatto ritorno verso il Casarota ma nel frattempo si era fatto buio.

"Per fortuna avevano con noi 4 pile cariche e quindi siano riusciti a proseguire” spiega Dania.

A mezz’ora dal rifugio, la caduta. “Mio padre è scivolato sulla ghiaia. E si rotto la gamba”.

Frattura esposta e quindi impossibilità di proseguire. 

Quindi la chiamata al 112, il tentativo di soccorso con l’elisoccorso bloccato però dalla nebbia.

"Anche gli operatori della centrale ci hanno chiamato un sacco di volte spiegando quello che stava succedendo e per accertarsi che mio papà stesse bene”.

Quindi la partenza a piedi delle squadra del soccorso alpino della stazione Altipiani.

"Ma intanto è arrivata Lorenza, la gestrice del Casarotta con le coperte e del thé caldo – spiega Dania – Noi avevamo il sacco a pelo ma fra il freddo, il vento e l’umidità, quella coperte sono state una benedizione”.

E anche la vicinanza tanto della rifugista quanto della coppia che avevano incrociato prima di arrivare al Becco sono stato fondamentali. “Anche per non perderci d'animo” sottolinea Dania.

Poi l’arrivo dei primo soccorritori. “Ci hanno messo pochissimo – racconta la donna – quasi avessero le ali ai piedi”. E poi il medico per verificare la frattura scomposta e alla fine erano 16 le persone del soccorso alpino lì, a mezz’ora dal rifugio per prendersi cura di Duilio e (anche) di Dania.

"Lo hanno portato a valle facendo cambi ogni 200 metri. Ho visto una sincronia fra di loro che mi ha lasciata a bocca aperta. Certo sarà il frutto dell’addestramento ma anche di una comunione più profonda fra questi uomini”.

Quindi l’arrivo dell’ambulanza, il ricovero del papà, qualche ora di sonno per recuperare le forze e quindi il bisogno di dire grazie.

"Sembra una parola banale ma non lo è. Io voglio dire grazie, ringraziare di cuore il soccorso alpino, i rifugisti, la coppia che è stata con noi perché è grazie a tutti loro che mio papà è al sicuro in ospedale e io sono qui. Grazie per quello che hanno fatto e per non averci fatto sentire soli. Non smetterò mai di dire grazie a tutti loro”













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