IL RICORDO

Renzo Benedetti, la straordinaria umanità di un grande alpinista trentino

A Segonzano l'affollata presentazione del libro scritto dal figlio Marco: «Dal Perù all’Himalaya. Parole e immagini di un viaggio lungo 30 anni». Oltre trecento pagine, illustrate con le foto di ascensioni, incontri e spedizioni, raccontano la passione di una persona indimenticabile, scomparsa in Nepal, durante un gesto di solidarietà, il 25 aprile 2015, in seguito a una frana causata dal terremoto nella regione del Langtang
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FABRIZIO TORCHIO


Oltre trecento pagine, illustrate con le immagini di ascensioni, incontri e spedizioni, raccontano la passione e l’umanità di un alpinista indimenticabile, Renzo Benedetti.

È il figlio Marco l’autore del volume «Renzo Benedetti. Dal Perù all’Himalaya. Parole e immagini di un viaggio lungo 30 anni», nato dal riordino di parte del materiale del padre: diapositive, fotografie, cartine, appunti, pagine di diario e altro ancora.

Presentato venerdì scorso a Segonzano in una sala stracolma, documenta l’alpinismo e le tante vette raggiunte da Renzo dal 1984 al 2015.

E se itinerari e cime proiettano il lettore nel mondo dell’alta quota, le testimonianze degli amici, dei compagni di cordata, e le parole del figlio Marco, restituiscono l’immagine di un uomo empatico, generoso e altruista, forse l’eredità più importante lasciata dallo straordinario scalatore di Segonzano: accademico del Cai, Renzo Benedetti ha certamente contagiato con la sua umanità coloro i quali hanno avuto la fortuna di conoscerlo e condividere con lui giornate o momenti in montagna.

nazionale di sci-alpinismo, istruttore di alpinismo del Cai, direttore della scuola di alpinismo e sci-alpinismo di Cavalese, Renzo Benedetti ha compiuto ascensioni del più alto livello sia sulle Alpi (e sulle Dolomiti), sia sulle altre montagne del pianeta.

Le spedizioni lo hanno portato sulle Ande peruviane (Alpamayo, Quitaraju, Artensonraju), nel Gahrwal indiano (Meru), in Africa (Kilimanjaro, Mount Kenya) e soprattutto sugli ottomila himalayani: lo Shisha Pangma nel 1994, il Manaslu nel 1996 con Sergio Martini e Luca Campagna, il Cho Oyu due anni dopo con Mario Dibona.

Nel 2000 l’ascensione al Gasherbrum II in Pakistan ancora con Dibona e nel 2003 la salita all’Everest, giungendo a un soffio dalla cima.

L’anno successivo la vetta del K2 con gli «Scoiattoli» di Cortina Dibona, Marco da Pozzo e Renato Sottsass.

E ancora, l’Ama Dablam nel 2005 - con le foto di quella spedizione che «parlano» della gente e della vita nei villaggi nepalesi - e la vetta del Makalu nel 2006 insieme ad Angelo Giovanetti: «Quando si raggiunge la cima di una montagna - ha scritto Renzo sul Bollettino Sat - un sogno si realizza, vengono ripagati mesi di preparazione, sacrifici e rinunce.

Il Makalu dentro di me ha lasciato qualcosa in più. Ho la sensazione di essere stato in qualche modo privilegiato per aver toccato quella strana “punta” che tanto fa assomigliare il Makalu alle montagne disegnate dai bambini. Privilegiato per aver assaporato tutti quei momenti e quelle piccole felicità vissute giornalmente: l’attraversamento di una seraccata, la salita di una parete verticale, il the caldo in una tenda dei campi alti, un ritorno al Campo Base che in quella dimensione acquistano un sapore indescrivibile».

Nel 2007 la meta è il Dhaulagiri, dove alla gioia della salita segue il dramma di Sergio Dalla Longa che vi perde la vita.

Renzo va in soccorso della moglie, Rosa, e la accompagna al campo 3 nonostante la temperatura estremamente bassa e il buio, congelandosi due dita.

Otto ore di discesa, soli e senza traccia. Un salvataggio che vale più della vetta - sottolinea poi Sergio - e che spiega più di tante parole il suo innato altruismo.

Dopo lo Shisha Panama con Edurne Pasaban, nel 2013 la spedizione medico-scientifica all’Island Peak con il farmacista di Cembra Giorgio Martini: «Il legame con Renzo, da sempre eccellente, si era trasformato negli ultimi anni in una profonda amicizia, cementata dalla comune passione per le vette», ci racconta Martini.

«È stato proprio in questo contesto che gli ho suggerito come l'approccio alla medicina di montagna avrebbe potuto conferire un valore ancora più nobile e profondo alle sue imprese.

Una visione che Renzo ha colto immediatamente, mettendosi subito a disposizione per condurre test clinici sui vari membri delle spedizioni.

Il suo obiettivo era chiaro: raccogliere dati scientifici preziosi in grado di far progredire le conoscenze in questo campo.

Al di là dei meriti sul campo, il suo tratto distintivo restava una straordinaria umanità unita a una contagiosa simpatia. Qualità, queste, che lo hanno reso una figura stimata e profondamente rispettata sia in Italia sia all'estero, non solo dagli alpinisti internazionali e dagli sherpa, ma anche dalle comunità locali incontrate durante le nostre spedizioni insieme».

Nel 2015, in Nepal, Renzo è rimasto vittima del terremoto mentre portava medicinali a una persona anziana.

«La sua scomparsa - ha scritto Giuseppe Criscione, presidente della organizzazione di volontariato Trentino for Langtang - ha lasciato un dolore immenso, ma anche un’eredità preziosa: l’esempio concreto di una vita vissuta con generosità, coraggio e umanità».

Quest’anno, Trentino for Langtang ha avviato il progetto di ampliamento di un modulo scolastico e la fornitura della divisa di scuola a 1.200 ragazzi (per sostenere il progetto: info@trentinoforlangtang.it).













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