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Sofia, Sonora ed Eleonora: ecco le ragazze del football americano a Trento

La Trento Thunders vuole formare una squadra tutta al femminile e parte dalle tre giovani molto determinate: «lo sport non ha genere, è solo benessere»


di Fabio Peterlongo


TRENTO. Placcaggi, mischie, caschi e spalliere protettive. Lividi, distorsioni, fratture. Il football americano, sport d’impatto ad alto tasso di adrenalina, richiama un immaginario prettamente maschile. In altri tempi lo si sarebbe definito uno sport certamente non “per signorine”.

Ma in quest'epoca di cambiamenti le donne rivendicano uno spazio all’interno dello sport della palla ovale. Succede anche a Trento, dove la società Trento Thunders lancia l’obiettivo di formare una squadra tutta al femminile, di cui esiste già un nucleo fondativo, composto di tre giovani donne, determinate e combattive.

Sono Sofia Mezzasalma (22 anni), Sonora Chirizzi (21 anni), Eleonora Battisti (25 anni), le pioniere del football trentino al femminile e puntano, insieme alla dirigenza della società, a trovare nuove compagne di squadra, «perchè - sottolineano - lo sport non ha genere, è benessere e sprigiona le endorfine della felicità».

L’obiettivo è arrivare ad un numero minimo di giocatrici sufficiente a disputare il torneo femminile di flag-football (la variante del football senza contatto, con cinque giocatori per squadra) o quello di football femminile a 7 giocatori.

Il presidente-giocatore dei Trento Thunders Francesco Ciaghi conferma l’investimento nel progetto: «L’idea è nata un po’ per caso, vedendo arrivare al campo le prime ragazze, ma ci crediamo, perché vogliamo mostrare che il football non è solo lo sport degli energumeni, tutt’altro, è uno sport rivolto a tutti e a tutte.

In particolare il flag-football ha grandi potenzialità, è stato recentemente dichiarato eleggibile per i prossimi giochi olimpici».

Abbiamo incontrato le tre giocatrici (che hanno fatto parte della rosa della squadra di flag-football – quasi interamente al maschile –  che venerdì 24 settembre ha conquistato la qualificazione per le Final8 nazionali di Bologna che si disputeranno il 2 ottobre, dopo aver concluso il girone nord-est senza sconfitte) cercando di cogliere le motivazioni che le spingono a voler rompere questa barriera di genere.

Non bisogna immaginarle come delle ragazze “fisicatissime”, tutte muscoli e dalle caratteristiche fisiche prorompenti: sono anzi delle giovani donne dalla statura e dal peso nella media, certamente atletiche e dedite da anni allo sport, ma ben lontane dallo stereotipo che può accompagnare le ragazze che scelgono di praticare uno sport rude e muscolare come il football americano. Già ad una prima occhiata, anche senza parlare, il messaggio di queste ragazze “della porta accanto” sembra essere: “Il football è per tutte”

Sonora fa la studentessa e vuole diventare criminologa e con lei scherziamo sul fatto che anche nello sport non si fa intimidire dagli scenari violenti: «Da sempre ho una passione per gli Stati Uniti, - ci spiega - Ho iniziato da un anno a praticare il football, prima nella versione flag. Ma ora i ragazzi ci lasciano allenare con loro, dopo che li abbiamo stressati per bene», commenta Sonora con soddisfazione.

Ma scendere in campo ad allenarsi con gli uomini, che spesso pesano il doppio delle giocatrici, non è certo una passeggiata.

Lo conferma Sofia, che di lavoro fa la receptionist ed arriva da un percorso sportivo che si spiega da solo: «Ho praticato atletica, capoeira, jujitsu, pugilato. Nel football gli uomini tendono a non essere fisicamente “cattivi” con noi come sono tra loro. Al contrario tra noi ragazze ci “massacriamo” - assicura Sofia - Ma serve una grande forza mentale, non è naturale rimanere sulla traiettoria degli impatti violenti tipici del football. L’istinto è quello di spostarsi».

Eleonora, che di lavoro fa la commessa, si è avvicinata al football dopo un percorso di fisioterapia: «Mi sono innamorata di questo sport, è stato amore a prima vista. Ho sempre avuto bisogno di fare sport perché di indole sono estremamente competitiva. Ammetto che l’allenamento è duro: ti scontri con i maschi, è molto difficile ma molto appagante».

Focalizziamo la nostra discussione sul rapporto con i compagni di squadra, cerchiamo di capire quanto sono “gentlemen” senza però rinunciare al giusto agonismo: «A livello personale, i compagni di squadra maschi ci trattano come gioielli, forse perché siamo le prime - spiega Sofia - Ma in ogni caso mia madre si lamenta che “sono sempre piena di lividi”, mentre papà mi dice di stare attenta, ma sapendo che sono sempre stata sportiva non fa pressioni particolari».

Le fa eco Eleonora, che conferma: «I ragazzi ci spronano e pretendono che mettiamo lo stesso livello di impegno ed è giusto così».

Sonora racconta le reazioni dei suoi genitori alla sua decisione di praticare il football: «I miei sono contenti, sanno che ci tengo tanto, nonostante il naso rotto e il mignolo rotto. Ma con i compagni di squadra si è creata una sinergia speciale, per tutte noi sono una seconda famiglia».

Non sono mancati tuttavia alcuni episodi un po’ spiacevoli, anche se non ad opera dei compagni di squadra, come ricorda Sonora: «Il primo giorno di allenamento insieme ai maschi erano presenti dei giovanissimi, praticamente dei bambini, che ci chiesero se eravamo lì per fare le cheerleader». 

Eleonora sottolinea come spesso abbia incontrato la curiosità un po’ maliziosa da parte delle persone esterne al mondo del football, che non comprendono la loro scelta: «Il commento sul fatto di essere delle cheerleader ci diede fastidio. Il football è visto come prevalentemente maschile e per il fatto di essere donne alle prese con il football alcuni ci guardano come fossimo dei marziani.

Mi dispiace dire che spesso i commenti più cattivi arrivano dalle donne stesse. C’è una malintesa idea di femminilità, le donne hanno paura di non piacere e persino che venga messo in dubbio il loro orientamento sessuale».

Insomma, sarebbero spesso le donne a scomodare tutto il repertorio di luoghi comuni sessisti e misogini.

Anche Sofia racconta la stessa esperienza: «I pareri più scettici arrivano dalle ragazze a cui proponiamo di prendere parte ai nostri allenamenti. Partono le insinuazioni maliziose sul fatto d’essere “lesbiche”, come se ci fosse qualcosa di male, o dicono al contrario: “Ci vai perché è pieno di uomini”. Anche le ragazze sessualizzano. È un’enorme sciocchezza».

Poi c’è la pretesa di far coincidere il proprio corpo con l’idea prevalente di femminilità: «Non vogliono diventare “troppo grosse”, dicono», riflette Sofia che sottolinea il desiderio di declinare a modo suo il proprio look in campo: «Noi vestiamo come i ragazzi, con lo stesso casco e le stesse spalliere. Io però cerco di metterci un tocco femminile. Con un indumento rosa e un po’ di glitter “spacco tutto”». D’altronde anche il massimo livello del football al femminile, quello rappresentato dalla lega americana Lfl, non offre una visione particolarmente evoluta ed inclusiva dello sport: «In America c’è quello che viene chiamato il “lingerie football”, - racconta Eleonora - Dove le atlete sono vestite in maniera sexy e provocante. È uno spettacolo visivo che viene guardato soprattutto da uomini. Ma per fortuna la mentalità sta cambiando.

Lo sport non ha genere, è benessere e sprigiona le endorfine della felicità».













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