Largo Carducci: la città cambia pelle 

Trentino History 9. La storia di un angolo di Trento che ha mutato fisionomia nel corso degli anni, oggi noto per la movida ma a fine 1800 ricco di botteghe, oreficerie, banche e cambiavalute e dove sorgeva uno dei palazzi più caratteristici: casa Ranzi, poi demolita con la dinamite

di Federico Duca
Trento, Largo Carducci oggi è noto alle cronache più per la movida che per altro, un angolo della città che si anima all’ora di aperitivo e che rimane sveglio talvolta fino a tarda notte. Largo Carducci è come una vetrina. Tutti ci passano per un motivo o per l’altro, o per farne parte e consumare qualcosa in compagnia, o per salutare qualche conoscente già seduto.

Probabilmente poche delle persone che abitualmente si fermano in questo slargo di Trento conoscono la sua storia. Mediante l’acquisto di uno stabile da parte del Comune, fu adibito a pubblico macello fino al 1831. Per questo motivo prese il nome di “piazza del Macello Vecchio”. Solo nel 1908, grazie alla Triplice Alleanza e alla tolleranza asburgica, venne intitolato al poeta italiano Giosuè Carducci.

Oltre al macello, però questo slargo, soprattutto a fine ‘800 divenne parte di una piccola “City”, era infatti pieno di ricche botteghe, oreficerie, banche e cambiavalute. Proprio nel fulcro di questa ricca cittadella, all’angolo con via San Pietro, sorgeva uno dei palazzi più caratteristici della città: casa Ranzi. Tipicità di questa casa era l’aggetto superiore e l’Erker: espediente costruttivo nordico di origine medioevale usato principalmente per aumentare la luce nelle stanze.

Ma che fine ha fatto casa Ranzi e il suo delizioso Erker? Tra l’ottobre 1920 e il febbraio 1921, si discuteva della sua ricostruzione, c’era chi avrebbe voluto demolire il complesso, giudicando il suo sporto “troppo tedesco”. Non era dello stesso avviso il dirigente della Soprintendenza, Giuseppe Gerola. Nel 1922, in un giorno d’autunno come questi, un attacco dinamitardo mise fine al dibattito e svegliò in piena notte tutto il quartiere. Fu un bel modo per aggirare tutte le leggi di tutela dei beni culturali. Oggi vi sorge un palazzo in stile neo-rinascimentale, forse ben più “italiano”.