Ispezione del ministero al carcere

I sindacati accusano la direttrice: «Gestione fallimentare, problemi sanitari»


Chiara Bert


TRENTO. A sei mesi dall'apertura, è un mezzo fallimento. Organico insufficiente, assistenza sanitaria carente, poche prospettive di riabilitazione per i detenuti. Sulla gestione del nuovo carcere di Spini piovono le dure accuse dei sindacati, che ieri hanno incontrato l'amministrazione penitenziaria. E ieri si è svolta un'ispezione ministeriale dopo le note di protesta dall'infermeria.

Mentre i sindacati trattavano con la direttrice Antonella Forgione e il provveditore regionale Felice Bocchino sull'organizzazione del lavoro, gli ispettori ministeriali entravano in carcere. Una visita sollecitata dalla stessa amministrazione per fare chiarezza dopo due episodi (sfociati in una denuncia alla direttrice) di mancate autorizzazioni per visite sanitarie esterne.

A sei mesi dall'apertura di Spini, la situazione è molto tesa. Le aspettative sul nuovo carcere erano molte e oggi sono in tanti a parlare di ritardi e preoccupazione, sia tra il personale penitenziario, sia tra chi si aspettava un salto di qualità nelle opportunità di formazione e lavoro per i detenuti. La Uil in un duro documento ha chiesto al ministero della giustizia un'indagine per responsabilità amministrativa a danno della pubblica amministrazione, denunciando «condizioni di incompatibilità ambientale» per la direttrice.

Lunga la lista delle contestazioni: una «gestione privatistica della struttura», con «ingerenze nell'attività di infermeria del carcere che ha provocato ritardi e disservizi patiti soprattutto dai detenuti», rapporti conflittuali con il personale e incapacità di gestione delle risorse umane interne. La Uil chiede di «valutare se esistono ancora le condizioni per il mantenimento della dottoressa Forgione come direttore». Critico sulla situazione a Spini anche il segretario della Cgil Funzione pubblica Giampaolo Mastrogiuseppe: «Le responsabilità non sono tutte della direttrice, ma anche del dipartimento».

C'è alla base un problema di organico: «A fronte di una capienza del nuovo carcere quasi raggiunta, oggi il personale è del tutto insufficiente, 160-180 unità a fronte delle 240 annunciate. La chiusura di Rovereto non ha portato grandi miglioramenti, 43 agenti operativi in più non bastano se questo carcere vuole essere gestito per come è stato pensato, un luogo che punta a reinserire i detenuti nella società». Forti i timori anche sul fronte sanitario: «Apprendiamo dalla stampa del protocollo tra Provincia e provveditore regionale, ma qui non possiamo aspettare un giorno di più. L'Azienda sanitaria deve fornire assistenza subito. Alle 19 a Spini va via l'ultimo infermiere e dopo? Qui sono a rischio i detenuti ma anche il personale, per il quale non sono state previste misure di protezione».

Preoccupazione espressa anche in un'interrogazione del consigliere Mattia Civico (Pd), che chiede il rispetto degli accordi stipulati dall'amministrazione penitenziaria con la Provincia: «Paradossalmente il sovraffollamento del vecchio carcere consentiva più relazioni, sebbene obbligate. Oggi abbiamo molti detenuti che restano in cella 20 ore al giorno, poche opportunità di formazione e lavoro che erano il vero obiettivo. È questo che contrasta la recidiva, occorre investire molto di più».

Concetto ribadito da Silvano Deavi, presidente del Consolida che da una decina d'anni è presente con attività in carcere: «Capiamo la fatica di chi dirige con organici insufficienti, ma il salto di qualità che ci si aspettava e che la struttura permetterebbe non è avvenuto e questo genera delusione. Si fa fatica ad accedere a certe aree perché manca personale e se è aumentato il numero dei detenuti che lavora nei laboratori, questo vale per turni di 2 mesi. E gli altri 10?».

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