Bonatti racconta la tragedia del Freney
Estate '61, quattro morti sul Monte Bianco; stasera la rievocazione con Messner
La chiave di senso qual è? Perchè lo fanno? Gli alpinisti, si intende. A rischiare, si intende. Nell'estate del 1961 avvenne una delle più gravi tragedie alpinistiche, sul Monte Bianco, al Pilone Centrale del Freney. Morirono quattro alpinisti: Andrea Oggioni, Pierre Kohlman, Robert Guillaume e Antoine Vieille. Una perturbazione inaspettata e senza tregua, che in quattro giorni non aprì nemmeno una finestra di bel tempo. Impossibile scendere o salire. E il maltempo sferzò in quota le due spedizioni, che si erano unite nella scalata per evitare un'inutile corsa alla prima ascensione. Quattro alpinisti morirono, dopo quattro notti di bivacco in condizioni disperate. Tra loro l'italiano Andrea Oggioni, poco più che trentenne e fortissimo rocciatore. Su questo dramma Marco Albino Ferrari nel 1996 ha scritto un libro di successo, "Freney 1961". E oggi sostiene che «la tragedia del Pilone è stata una pagina paradigmatica della storia dell'alpinismo, che ha concentrato su di sé l'attenzione pubblica, mettendone a nudo per la prima volta i rischi mortali. I media seguirono per la prima volta in diretta lo svolgersi dei fatti». Seguirono inevitabili polemiche, sia sulle responsaabilità degli alpinisti stessi sia e soprattutto sulle squadre del soccorso, che di fatto intervennero troppo tardi e su un itinerario diverso. Stasera saranno sul palco dunque i due unici testimoni rimasti, Walter Bonatti e Pierre Mazeaud, con la conduzione di Reinhold Messner, e racconteranno la loro verità e i loro perchè e forse risponderanno alle domande iniziali. Messner ha detto all'inizio di questo festival che lui intende ricostruire la storia di quel gioco pazzesco, che chiamiamo alpinismo. Ha anche spiegato che per lui l'esposizione, ovvero il porsi in situazioni al limite in montagna, è una delle ragioni fondanti per gli alpinisti. E che questo non corrisponde però "a cercarsela", perché «bisogna fare quello che si sa fare», perché l'esposizione si affronta con gli strumenti e la preparazione adatti. La vicenda del Pilone del Freney si presta in modo esemplare per affrontare l'argomento. Proprio per come fu percepita, per le polemiche che tentarono di attribuire a qualcuno l' eventuale colpa della morte delle vittime. Messner racconterà il dramma, anche grazie alle immagini del film "Der blitz" di Lothar Brandler del 1974. Poi parleranno loro, Bonatti e Mazeaud. Sul palco si materializza stasera però anche una sorta di antitesi nell'alpinismo. Walter Bonatti fu forse il più grande, superando costantemente e fin da giovanissimo il limite della difficoltà e dell'esposizione, appunto. Già a 19 anni la sua stella iniziò a brillare, ripetendo la parete Nord Est del Pizzo Badile, la Ovest dell'Auiguille Noire de Peteurey e la via Cassin sulla Nord dello Sperone Walker. Nel 1954 partecipò alla discussa spedizione del K2, sperimentando certo il lato meno nobile degli alpinisti. E poi molto altro. Ma presto, a soli 35 anni, dopo la vittoria sulla Nord del Cervino (1965) si fermò. Di fatto rifiutando quel nuovo alpinismo degli sponsor e della forte mediatizzazione che si andava affacciando e si sarebbe affermato, nonostante l' antiretorica e l'anarchismo autoironico degli alpinisti del '68 della roccia, dei "nuovi mattini". Reinhold Messner è stato certamente un grande alpinista ma rappresenta anche la professionalizzazione attraverso il marketing di quel mondo, che si cala nel mercato e gioca con i suoi meccanismi. Chissà se queste due facce possono davvero comunicare con la stessa lingua.
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