Nella valle del porfido l'incubo europeo

La Provincia diffida: «Aprite il mercato delle cave». Ma i Comuni non ci sentono


Andrea Selva


ALBIANO. Le cave sono pubbliche, ma i profitti sono privati: ecco la situazione della maggior parte delle cave di porfido trentine, con l'Unione europea che chiede di correre ai ripari e l'assessore provinciale all'industria Alessandro Olivi che annuncia la "svolta storica", cioè l'apertura al mercato e alla concorrenza del settore estrattivo.
Solo che la svolta è in realtà lontana più di dieci anni e la situazione - che piaccia o no ai sostenitori delle aste pubbliche per le concessioni delle cave - è molto più complicata di quanto sembra. Anche perché i profitti assicurati sono un ricordo del passato, cioè di quando il porfido si chiamava con un soprannome che ormai si usa sempre meno: oro rosso.
Salite al piazzale della mensa degli operai di Albiano e date un'occhiata dall'altra parte della valle. Ecco il cuore del porfido trentino che pulsa nei fianchi del Monte Gaggio: di fronte a voi venti cave (tutte comunali) coltivate a gradoni con attrezzature d'avanguardia. Alla base delle cave i capannoni dove avviene la lavorazione e all'esterno i piazzali. Pieni di porfido. Bancali di lastre, distese di piastrelle e montagne di cubetti che attendono di essere piazzati sul mercato. Negli anni dell'oro rosso - quando il porfido era venduto ancora prima di essere estratto - quei piazzali erano vuoti.
Erano anni in cui le amministrazioni pubbliche spendevano per lastricare strade e piazze, perché per mantenere l'economia di una valle non basta pavimentare i cortili delle villette private. Erano gli anni in cui i cavatori - tutta gente dai cognomi locali: Pisetta, Odorizzi, Ravanelli, Bertuzzi, Filippi oppure Casagranda come l'ex assessore provinciale Sergio che estraeva porfido a Lases in una cava privata ma anche in un sito comunale ad Albiano - si godevano quel regalo lasciato dall'ex assessore all'industria Enrico Pancheri che all'inizio degli anni Ottanta regolò il settore lasciando un privilegio a chi già in quel momento vi lavorava: concessioni perpetue. Esatto: per sempre. Doveva essere un modo per incentivare gli investimenti, evitare corse al saccheggio delle vene estrattive e soprattutto mantenere i livelli occupazionali in una valle ricca solo di oro rosso.
Fu l'inizio di fortune miliardarie (in lire) con i cavatori che scendevano in città con la Mercedes (ma anche con la Ferrari) e offrivano il caffé al bar pagando con biglietti da centomila. Sempre con mani callose, però, da lavoratori come sono rimasti, con qualche concessione solo alle passioni tipiche della valle. Una su tutte? La caccia.
Mentre alcuni ricavi finivano in altri settori (alberghi, operazioni immobiliari, avventure imprenditoriali nelle cave del Sudamerica, collezioni di appartamenti a Trento città) il sistema di Pancheri è arrivato fino ai giorni nostri, finché è stato sottoposto all'Europa che ha detto basta: aprirsi alla concorrenza, liberalizzare, organizzare aste pubbliche.
I Comuni del porfido - che in consiglio vedono seduti gli stessi cavatori oppure i loro parenti - hanno chiesto tempo: 25 anni. La Provincia (che non osava sottoporre a Bruxelles una deroga lunga un quarto di secolo) ha risposto con 18, che sono comunque un'enormità giustificata però dal fatto che c'è gente che ha investito 100 mila euro per ogni singolo banco di lavorazione in modo da consentire agli operai di lavorare comodi, evitando di ritrovarsi con la schiena spezzata a quarant'anni come avveniva in passato. E poi ci sono i ripristini ambientali: chi rimette a posto i versanti quando la cava si esaurisce? Forse il sistema attuale non avrà riempito d'oro le casse dei comuni del porfido, ma gli addetti ai lavori assicurano che è merito delle concessioni perpetue se ci sono ancora mille lavoratori (in calo) nonostante il vento di crisi.
Alla fine per accontentare l'Europa c'è voluto un calcolo per punire chi non investe, chi non rispetta la sicurezza sul lavoro, chi non garantisce l'occupazione oppure chi utilizza il tempo rimasto per depredare le montagne: in questi casi le concessioni potrebbero durare al massimo 12 anni. Che comunque non è poco.
La diffida dell'assessore













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