Quando 007 giocava a calcio


di Carlo Martinelli


Nel tempo sospeso della pandemia, lo sport giocato ha lasciato campo libero allo sport raccontato. Le cronache - giocoforza - si sono accomodate in panchina. Sul terreno di gioco sono scese le storie. Qui andiamo a rivisitare il curioso rapporto d’amore che lega uno dei più popolari ed amati attori del mondo al gioco del calcio. Lui è Sean Connery. A rigor di logica, non dovremmo aggiungere una parola che è una. Basterà dire: scozzese di Edimburgo, classe 1930, alias James Bond 007 (l’unico, l’inimitabile, quelli che gli sono succeduti sono pallide controfigure), alias Guglielmo da Baskerville ne “Il nome della rosa”, alias il poliziotto non corruttibile Jimmy Malone ne “Gli intoccabili”, premio Oscar, eccetera eccetera.

Epperò qui siamo in territorio sportivo, che diamine. Non è una rubrica cinematografica. Tranquilli, lo sport - nello specifico: il pallone, il calcio - nella vita del leggendario Sean ha avuto e continua ad avere un posto assai particolare. Di più. C’è stato un momento, era il 1953, nel quale si è trovato davanti ad un bivio: continuare a fare l’attore o tentare la carriera di calciatore? Succede che il nostro è in tournèe, in giro per l’Inghilterra: uno degli attori della compagnia King’s Theatre, impegnato in una commedia musicale senza pretese, “South Pacific”. Quando la compagnia - scozzese, manco a dirlo: il legame di Connery con la sua terra è risaputo, è tuttora uno dei più accessi sostenitori dell’indipendenza della Scozia - fa tappa a Manchester, viene organizzata una partita di calcio contro una squadra locale. L’allora 23enne Connery è in campo. D’altronde, se è uno dei protagonisti di quella partita amatoriale, un motivo c’è. 

Prima di intraprendere la carriera di attore, aveva infatti giocato nel  Bonnyrigg Rose Athletic Football Club, una squadra di dilettanti che deve il nome ad una cittadina alle porte di Edimburgo. Giovanottone atletico, un metro e novanta di altezza, (1,89 per la precisione…), richiestissimo dalle ragazze, gioca in attacco, lungo la fascia destra. I suoi biografi scopriranno che nel 1951 un giornale locale, 

il “Dalkeith Advertiser”, diede notizia di un suo gol contro il Broxburn Athletic, in una partita persa comunque 3 a 1. Quel trafiletto di giornale - oggi lo si trova esposto in una bacheca dello Scottish Football Museum di Glasgow - parla peraltro di un gran gol: Connery mette la palla in rete con un tiro formidabile da trenta metri. L’altra labile traccia dai giornali dell’epoca è la proposta dell’East Five FC di giocare con loro: Sean sceglie però il teatro. Partita chiusa, dunque? Macché. Siamo appunto al 1953, a Manchester, alla partita amatoriale tra gli attori della compagnia e una squadra locale. Succede che tra gli spettatori c’è un certo Matt Busby, l’allenatore dello United, il tecnico che legherà in modo indelebile il suo nome ai Red Devils, tanto che “Busby Babes” diventò il modo nel quale chiamare un gruppo formidabile di giovani - Bobby Charlton e Duncan Edwards su tutti - il cui destino venne segnato anche dal tragico incidente aereo di Monaco di Baviera, nel 1958. In quel pomeriggio del 1953 Busby rimane impressionato dalle qualità dell’ala destra Connery. Detto fatto. Al futuro 007 viene  proposta la maglia numero 7,  un contratto da 25 sterline a settimana e un provino a Old Trafford. L’attore, rifiuta. Dirà: “Volevo accettare, amo il calcio. Ma ho realizzato che anche un grande campione inizia il suo declino verso i trent’anni e io ne avevo già 23. Invece, gli attori famosi del tempo come Burt Lancaster o Clark Gable avevano più di trent’anni. Ho deciso di continuare a fare l’attore. Si è rivelata la scelta più intelligente della mia vita”. 

Oggi, prigioniero dell’Alzheimer, nel rifugio dorato delle Bahamas, chissà da quali ricordi è abitato Connery. Ma non si va molto lontani dal vero nell’affermare che in molti c’è un pallone che corre. Non sarà stato un campione in gioventù, ha fatto bene a dire no allo United e a scegliere una carriera che gli avrebbe dato fama imperitura, ma con il football il rapporto è sempre stato speciale. Con il tifo sfegatato per i Rangers Glasgow,  apparente contraddizione. Lui, indipendentista convinto (sul braccio destro ha tatuato “Scotland Forever”) dalla parte della squadra simbolo dei fedeli alla monarchia inglese, a differenza degli acerrimi rivali del Celtic. Con il tifo sfegatato per la compagine di Scozia, la Tartan Army, specie durante il Mondiale del 1982. Al punto che è sua la voce - con l’orgoglioso accento scozzese - del documentario “G’olè!”, film ufficiale della competizione. Ed è sempre stato in campo nella rappresentativa di “Celebrity All Stars” che disputò molte gare a scopo benefico tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta.

Una delle use ultime apparizioni pubbliche risale al 2005, a Barcellona, quando diede il calcio d’inizio ad una partita benefica. Mentre calcia il pallone su di lui si posa lo sguardo  sorridente (voglia il cielo lo sia ancora, a dispetto delle recenti disavventure) di Ronaldinho. D’altronde, il grande amore per il calcio Connery lo porta fisicamente addosso. Lo ha rivelato il giornalista Francois Forestier, autore di una delle ultime interviste all’attore, prima della sua malinconica clausura. “Ha sollevato il pantalone e mi ha mostrato il ginocchio. Aveva la cartilagine rovinata e mi ha confidato che gli ha creato problemi per anni, finché non ha deciso di farsi operare. Il suo ricordo del calcio sarà soprattutto questo: un ginocchio messo decisamente male”. A noi piace invece pensare che Sean Guglielmo Jimmy James Bond Connery ritorni sempre alle  sue modeste origini. Edimburgo, tempi duri, pioggia costante, calcio onnipresente. “Non avevamo la televisione, neppure giocattoli. Passavo tutto il tempo giocando a pallone sotto casa”. Nel 1942, quando la scuola più considerata del suo quartiere sceglie il rugby quale sport d’istituto anziché il calcio, lui sceglie di privilegiare l’altra scuola, la Dorroch Secondary. Decisamente più popolare, assai meno blasonata. Però vi si gioca a calcio, questo conta. Dimenticavamo: quando gioca nel Bonnyrigg Rose e due volte alla settimana va agli allenamenti in autobus (pagando cinque scellini per spostarsi da Edinburgo) ha in tasca la tessera della squadra. Numero 777. 













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