Il Patt cura il malessere con i processi

Con il processo a Walter Kaswalder il Patt celebra la fine del “vecchio” partito autonomista con una messa solenne. Le cose stavano nei fatti da tanto tempo,ma ora dopo lunga gestazione, si è arrivati allo show finale. Il Patt modernista di Ugo Rossi e Franco Panizza, quello che acquista candidati al “calciomercato” della politica, ha deciso di dare un calcio solenne a uno dei rarissimi testimoni rimasti di una lunga storia degli autonomisti, il rappresentante del recente «mal di pancia» autonomista. Un processo, peraltro, che ha i connotati del solito teatrino della politica.

Franco Panizza e Walter Kaswalder (foto Panato)

Franco Panizza e Walter Kaswalder (foto Panato)

Presto Kaswalder verrà espulso e con lui, immaginano i capi del Patt, verrà espulso ogni gonfiore di pancia, ogni malessere fastidioso, quello che di tanto in tanto urla: “traditori”.

Walter Kaswalder si è trovato di fronte al collegio di disciplina del partito, candidato all’espulsione, su iniziativa che parte da molto lontano, ossia direttamente dal presidente della Provincia, Ugo Rossi, stufo di ritrovarsi in consiglio provinciale il sopracitato Kaswalder, una volta sì l’altra no, a votare con le minoranze o ad astenersi. Il segretario Franco Panizza, da perfetto e preciso maggiordomo, si è reso disponibile ad avviare l’iter (contro l’uomo con cui aveva stretto un accordo per vincere al congresso) e infine la giunta esecutiva del partito ha deferito Kaswalder al collegio dei probiviri nell’attesa che si provveda all’espulsione.

Il teatrino sta nell’iter che si vuol far apparire assolutamente rigoroso nelle forme, mentre è privo di ogni rigore. Basti pensare che fra coloro che hanno votato per il deferimento di Kaswalder c’è l’assessore Michele Dallapiccola, che più che un giudice che rinvia a giudizio dovrebbe essere “parte lesa”, visto che fra le accuse mosse a Kaswalder c’è (ed è forse l’unica accusa ricca di contenuto) un’«aggressione fisica» nei suoi confronti. Così come fa sorridere il fatto che Kaswalder si sia portato appresso, come legale di difesa, un altro consigliere provinciale, che fa parte dell’opposizione, l’avvocato Rodolfo Borga. Il difensore-consigliere di opposizione e il giudice-parte lesa vi fanno capire all’istante che si tratta di un bel teatrino interno, spettacolino che va in scena solo per loro, consiglieri e pochi addetti ai lavori, che vanno in ansia o s’entusiasmano per mosse e contromosse che paiono loro spiazzanti e invece altro non sono che scontri di palazzo, di un piccolo palazzo, di un piccolo palazzo sempre più lontano dalla vita reale.

Anche perché non è nei riti e nelle forme di questo processo interno bensì nelle diverse posizioni di Rossi-Panizza da una parte e di Kaswalder dall’altra che si intuisce, semmai, il senso ultimo della contesa. E il senso è che il Partito autonomista, quello vero, quello nato dalle istanze di autonomia regionale, che aveva mobilitato un’area popolare autonomista, che aveva continuato a vivere nei decenni sulla base di principi fissati dai padri fondatori dell’Asar, per una casa dei trentini che vivesse d’autogoverno, ebbene quel partito non ha più un interprete fedele, ma due interpretazioni distorte.

Da una parte c’è il Patt di potere, quello che non vuole “sottilizzare” sul richiamo ai valori fondanti (ossia al senso stesso della sua esistenza politica), che liquida ogni richiesta di attenzione ai contenuti come rigurgiti di passato, come incapacità di stare al passo coi tempi, quel Patt che vorrebbe essere 3.0 (adesso magari anche 4.0) e che invece finisce per elevare a suo “dio” la pura gestione del potere e che richiama all’unità in nome del mantenimento dei posti di comando (la presidenza della Provincia e uno scranno al Senato), condannando ed epurando chiunque si ponga d’intralcio nella vita interna al partito. Come se si potessero evitare malesseri eliminando chi dice che c’è un malessere. Cioè: antidolorifici invece che cura della malattia.

E dall’altra parte c’è quell’area (rappresentata da Kaswalder in particolare) che mugugna e che tende a fare la caricatura del partito delle origini, a ritagliarsi la parte di chi rimane l’unico interprete autentico dei valori “trentinisti” e autonomisti traditi dal “modernismo” dei vertici di partito, tentando di fare l’autonomista di lotta e di governo, che mai spezza il cordone ombelicale, incapace di incidere nel partito e ininfluente anche rispetto alla coalizione, scimmiottando un leghismo di serie B.

Con questo processo a Kaswalder, insomma, è ormai chiaro e viene ufficialmente celebrato che «il Patt che occupa il Patt» non è più il Patt che avevamo conosciuto e che Kaswalder è una caricatura del Patt che fu. Di un vero partito autonomista, davvero attento al territorio e dunque all’ambiente, capace di porsi come primo problema da risolvere la continua perdita di posti di lavoro in Trentino (in questi giorni è un’ecatombe), capace di immaginare un futuro da protagonisti e non da ragionieri di bilancio, ecco, di un Patt così ci sarebbe bisogno. Soprattutto ora che il Patt è il partito con maggiore responsabilità di governo. Invece il Patt si perde nel teatrino dei processi-purga.

p.mantovan@giornaletrentino.it