El Rata Rattin, le radici trentine di un mito del calcio argentino


di Carlo Martinelli


Sabato 23 luglio 1966. Nella storia del calcio una data da segnare sul calendario. Perché quel giorno “nasce” l’idea di introdurre i  cartellini rossi e gialli, usati dagli arbitri per decretare espulsioni ed ammonizioni e perché quel giorno segna l’inizio di una rivalità calcistica (e non solo a ben guardare, ricordiamoci delle Falkland / Malvinas) tra due nazioni che a tutt’oggi non riescono a guardarsi, se non in cagnesco. Quel 23 luglio 1966, ai Mondiali di calcio che si disputano in Inghilterra, si affrontano proprio i padroni di casa (che poi vinceranno il titolo) e l’Argentina. Siamo a Wembley, quarti di finale. Dove il protagonista diventa, suo malgrado, il magro ed alto Antonio Ubaldo Rattin, elegante e leggendario centrocampista del Boca Juniors, figlio - come il cognome indica senza dubbio alcuno - di trentini emigrati in terra d’Argentina. In quella edizione dei Mondiali il capitano dell’Albiceleste è proprio lui, El Rata, come lo chiamano. E’ al suo secondo Mondiale, c’era anche in Cile, quattro anni prima. E’ una bandiera, un punto di riferimento. 

Gli argentini non smettono di dirlo: trovano strano che ad arbitrare quell’incontro sia stato chiamato un tedesco, Rudolf Kreitlin mentre l’altro quarto di finale, quello tra Germania Ovest e Uruguay, tocca ad un inglese, James Finney. Si sa che in finale, a quel Mondiale, arriveranno proprio inglesi e tedeschi. Ma se il 4 a 0 con cui il 23 luglio i tedeschi fanno fuori  gli uruguagi non sembra ammettere discussioni, quel che accade a Wembley, davanti a 90 mila spettatori,  fa sì che ancora oggi quella partita sia tra le più controverse mai disputate. Se le danno, quel giorno, inutile girarci attorno. Ma che l’arbitro se la prenda più con i falli degli argentini che con quelli dei padroni di casa, è indubitabile. El Rata Rattin non lo sa ancora, al 35° minuto del primo tempo: sta per entrare nella storia del calcio. Per un fallo di Perfumo su Hunt c’è una punizione per gli inglesi. Rattin  (che è già ammonito) si avvicina all’arbitro e protesta, come gli è concesso dal fatto di essere il capitano. Nasce una discussione. I due non si capiscono. Rattin non sa il tedesco, Kreitlin non parla il castigliano. Rattin chiede un interprete, continua a lamentarsi e il direttore di gara lo caccia dal campo. I compagni di squadra accerchiano Kreitlin e scendono in campo anche l'allenatore dell'Argentina, Juan Carlos Lorenzo, e alcuni dirigenti per provare a calmare gli animi. Rattin inizialmente non vuole abbandonare il campo, poi controvoglia se ne va. Il gioco riprende dopo undici minuti. Lo stadio è una bolgia e Rattin - lo farà apposta, non se rende bene conto, mah…? - decreta l’inizio della rivalità con gli inglesi. Prologo di quel che succederà anni dopo con la Mano de Dios con la quale Maradona segna un gol all’Inghilterra, anche qui quarti di finale di un Mondiale, quello del 1986.

Sì, perché Rattin non accetta quell’espulsione. Se ne sta appunto in campo per undici minuti e quando lascia il terreno di gioco non trova di meglio che accomodarsi sul tappeto rosso riservato, nella zona delle autorità, alla regina Elisabetta. Non solo. Quando lascia quella postazione passa accanto ad una bandierina sulla quale sventola l’effigie dell’Union Jack, simbolo del regno Unito. Lui, serafico, elegante nel suo metro e novanta di altezza, non una goccia di sudore, la prende in mano e la stropiccia con evidente disprezzo. Apriti cielo. Lo stadio intero è un solo coro: Animals, animali.  Dirà Rattin: “Quando mi alzai per raggiungere gli spogliatoi, gli inglesi mi tiravano addosso lattine di birra vuote e  stecche di cioccolato. Le lattine le schivavo, le stecche di cioccolato le aprivo e le mangiavo”. 

Da quel giorno Inghilterra vs. Argentina non sarà mai più una partita come le altre. Senza considerare che quella partita finisce poi con la vittoria dell’Inghilterra per 1 a 0. Per 55 minuti senza il loro capitano gli argentini resistono fino a 13 minuti dalla fine dei tempi regolamentari, quando raccogliendo un cross di Peters, Hurst stacca di testa e mette il pallone in fondo alla rete difesa da Roma. Durissime anche qui leproteste dei giocatori argentini che chiedono il fuorigioco: il VAR era ancora lontano, l’arbitro tedesco concede la rete. L’Inghilterra è in semifinale, l’Argentina (e Rattin) se ne tornano a casa. 

Sono proprio quegli undici minuti surreali nei quali El Rata nemmeno comprende, all’inizio, di essere stato cacciato, ad indurre le autorità del calcio a pensare ad un metodo che rendesse chiaro l’espulsione o l’ammonizione. Come bene racconta il telecronista bolzanino Stefano Bizzotto nel suo “Giro del mondo in una Coppa”, è Ken Aston, coordinatore degli arbitri in quel Mondiale, ad avere l’intuizione.  Gli viene mentre è fermo in auto, ad un semaforo. Scatta il giallo, scatta il rosso. Eccola, l’idea. Due cartellini di differente colore da estrarre ed esibire, per i calciatori e per i gli spettatori. Vien da pensare che quella sosta  davanti ad un semaforo di Londra, sia posteriore al 23 luglio di quella calda estate del 1966… 

E Rattin? Torna in patria, riprende ad essere bandiera del popolo xeneize, dei tifosi del Boca. Squadra che non ha mai abbandonato e con la quale tenta anche, con minore fortuna, la carriera di allenatore, una volta appese le scarpette al chiodo. Peraltro, non di scarpette si trattava: porta il 47 come misura, il nostro, tanto che la leggenda dice che quando esordì con le giovanili manco gli trovarono le calzature adatte, nello spogliatoio… Dimenticavamo: oltre ai cinque titoli conquistati da capitano con il Boca il figlio di emigrati trentini (che nella sua terra d’origine non è mai tornato, anche se durante un viaggio fece tappa a Venezia e la tentazione di andare a dare una occhiata alla sua verde valle ci fu, eccome…) ha nel suo albo d’oro anche l’elezione a deputato del parlamento argentino. Niente di paragonabile a quel che è successo nel luglio del 2015, quando nel Museo del Boca, el Museo de la Pasión Boquense, all’interno dello stadio della Bombonera, è stata inaugurata la statua dedicata proprio a lui, a El Rata, uno degli idoli della squadra. Perché la statua, in quel museo, ce l’hanno Maradona, Riquelme, Palermo, Guillermo e Rojitas. Una è certamente in arrivo per Carlitos Tevez. Perché nessuno, in Argentina, dimentica quel capitano coraggioso che per undici minuti - a fronte di quella che riteneva, e continua a ritenere, una ingiustizia clamorosa - si rifiutò di lasciare campo libero agli inglesi…













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