San Michele, cinquant’anni di etnografia 

Al Museo due giornate tra musica folk, danze tradizionali, burattini, storia alimentare e altro ancora

di Katja Casagranda

TRENTO. Festeggia i suoi cinquant’anni di attività il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige che dedica la nuova edizione del Festival dell’Etnografia del Trentino proprio a questo importante traguardo. Titola ed è il tema sotto cui si disegna il ricco programma dell’edizione 2018 “Dal 1968 a oggi: 50 anni di etnografia” il cartellone di eventi proposti al Museo di San Michele questo fine settimana. Due giornate quella di oggi sabato 14 e domenica 15 aprile, densa di eventi pensati per grandi e per piccini con cui aprire le porte del Museo e fare anche un bilancio della sua storia. L’evento è un’occasione, assai frequentata, che una volta all’anno apre le porte del Museo al territorio, alle tradizioni popolari riproposte e rivissute, all’enogastronomia a decametro zero e alla didattica ambientale, sulla scorta di un concetto sempre più familiare al grande pubblico, quello di “etnografia”, che vuol dire semplicemente tradizioni popolari e il loro studio. Si tratta, in effetti, della grande kermesse che viene a compimento di tutta l’attività, di contatti, di ricerca, di collaborazione, di interventi didattici, che il Museo opera costantemente nel territorio, e che viene restituita e rappresentata nel contesto del Festival attraverso due filoni principali distinti: quello dei beni materiali, i patrimoni etnomuseali, le attività artigianali, i saperi alimentari, e quello ad esso contiguo dei beni immateriali o volatili, tra cui la lingua, la tradizione orale, la musica, i balli, molto ben rappresentati quest’anno da un bel numero di gruppi folk. Mezzo secolo quindi di vita la cui formula di happening ha trovato nel binomio folk il suo biglietto da visita. Inaugurato nel novembre 1968, nel contesto di quel “folk revival” che stava allora incominciando a mettere in discussione gli eccessi, gli sprechi e le tante nuove ingiustizie del boom economico, cercando piuttosto di salvaguardare e riportare alla ribalta le culture locali. Proprio nel 1968, come è noto, il folk revival italiano ebbe nel Trentino un interprete d’eccezione: Giuseppe Šebesta, geniale homo faber trentino-boemo che riuscì a catturare lo spirito di questi luoghi e a intrappolarlo in una macchina complessa, detta “museo degli usi e costumi”, che fosse anche biblioteca e centro studi, polo didattico e luogo di incontri Passati cinquanta anni, lo spirito è quello stesso che si ritrova oggi nel Festival dell’etnografia, una occasione primaverile che chiama a raccolta nel chiostro e nella corte del Museo tanti operatori del territorio a proporre i frutti della loro preziosa attività di tutto l’anno.

Dalle materie prime umili, ai lavori manuali oramai dimenticati, alle produzioni di eccellenza come l’olio o il vino pregiato e poi ancora i gusti della tradizione e molto altro ancora con approfondimenti Non mancano momenti di spettacolo fra cui sabato l’evento iniziale ore 11 concerto di Nicola Marian alla tromba e a seguire la Corale polifonica Cimbra e lo spettacolo di pupazzi di Luciano Gottardi “Le tre fave” trasposizione teatrale da Fiaba Leggenda dell’alta valle di Fersina di G Sebesta, etnografo che ha legato il suo nome al Museo. Nel pomeriggio alle 17 concerto con il Coro Ghera’na volta di Grumes. Domenica le attività, incontri e degustazioni saranno accompagnate dalla colonna sonora di Etnografia in Folk, rassegna di musica folk che inizia alle 11 con il Gruppo folkloristico Quater Sauti Rabiesi e prosegue con il Gruppo di ballo polacco Jawor, il Coro La Valle che propone canti e tradizioni delle valli dell’Avisio, ore 15 Gruppo Minilacchè di Coredo ed infine il Gruppo folk di Caderzone Terme e il Gruppo Ledro folk con Folklore di Ledro. «Una vetrina assolutamente privilegiata-sostiene Giovanni Kezich, direttore del Museo- sulle cento e cento iniziative che, ai quattro angoli del Trentino, si sono poste il compito di ritornare a comprenderlo, di studiarlo, di ritrovarlo, di riqualificarlo a partire dall’iniziativa dei giovani, delle associazioni, dei gruppi di volontariato, in una prospettiva in cui il concetto stesso di “etnografia” appare emancipato da qualsiasi leziosaggine popolaresca, per entrare direttamente nei processi che orientano il governo minuto del territorio, le sue scelte, la sua cultura quotidiana».

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