«Lupo Alberto cresce con me» 

Il disegnatore a Trento per la due giorni di convegno al Dipartimento di Lettere

di Christian Giacomozzi

TRENTO. Sono tanti gli ospiti, di rilievo nazionale e internazionale, che animeranno il convegno “Animali Parlanti II. Letteratura, Teatro, Disegni”, in calendario per i giorni di martedì 17 e mercoledì 18 aprile, organizzato dal Dipartimento di Lettere dell’Università di Trento in collaborazione con altre realtà culturali trentine e non solo. Al centro dell’evento, giunto alla sua seconda edizione, sono gli animali nel loro complesso rapporto, ben esemplificato dalla letteratura e dall’arte, con l’uomo. Se nella prima edizione la riflessione sul tema sfumava, in chiusura di lavori, nel campo musicale, con una lezione di Ivano Fossati, sarà il mondo del disegno, quest’anno, ad allargare la prospettiva: nel pomeriggio di mercoledì, infatti, si confronteranno fumettisti del calibro di Staino, Silver e Cavazzano, che spesso hanno portato gli animali parlanti nelle loro strisce. Come, ad esempio, il celebre Lupo Alberto, nato all’inizio degli anni ’70 dalla penna di Guido Silvestri, alias Silver. Protagonista di un difficile amore con la gallina Marta sullo sfondo della Fattoria McKenzie, popolata di figure che a vario titolo si frappongono a questa storia sentimentale, Lupo Alberto ha accompagnato tante generazioni, incarnandone vissuti quotidiani e interpretandone, tra serio e faceto, istanze. Ne abbiamo discusso con il suo creatore, Silver.

Qual è il percorso che L’ha portata al fumetto?

«Non ci sono mai dei percorsi lineari. A certi risultati si arriva partendo da molto giovani, quando si sente la necessità di dedicarsi a una professione, senza sapere quale sia il percorso più proficuo da compiere. Si va per tentativi, per entusiasmi e subitanee delusioni. Ho avuto punti di riferimento e ispirazioni. Sono partito dalle cose disponibili alla mia età, negli anni ’60. Imprescindibili il mondo Disney e gli autori americani, anche quelli di animazione. In tv, allora ancora in bianco e nero, passavano pochi programmi di cartoni animati in settimana, ma per me erano imperdibili. A metà degli anni ’60 c’è stata la scoperta degli autori americani grazie alla rivista “Linus”, pubblicata in Italia da Giovanni Gandini. Qui è stata la mia folgorazione. Ma non dimentico il grande Iacovitti, il primo autore che mi ha fatto capire che quelli non erano solo fumetti colorati da leggere dal barbiere, ma potevano essere anche una professione. Iacovitti è stato uno dei primi che firmava le proprie storie con il proprio nome. Gli altri non lo facevano, magari perché costretti dall’editore, ma forse anche perché si vergognavano di fare quel mestiere. Iacovitti è stato il primo del quale ho letto il nome sotto un fumetto. Da lì sono risalito alla persona e all’idea di mestiere».

E quando arriva Lupo Alberto?

«Lupo Alberto è il prodotto di tante cose che ho masticato nel tempo. Non si fa mai nulla di nuovo, tutto si trasforma. Anche i personaggi del passato sono trasformazioni di qualcosa che c’era prima. C’è una continua metamorfosi, di stili, ispirazioni e schemi. Lupo Alberto assomiglia molto a Willy il Coyote di Chuck Jones, personaggio che io ho amato, ma agiscono su di lui anche altri influssi».

Cosa rappresenta Lupo Alberto? Riflette aspetti della Sua personalità?

«Questo è un fatto inevitabile. Quando creiamo qualcosa, ci mettiamo dentro anche il nostro DNA. In 45 anni di vita, Lupo Alberto ha rappresentato tante cose. All’inizio dell’avventura avevo 21 anni, perciò il mio approccio con il mondo, con me stesso e con la realtà era molto diverso da quello di oggi. Al tempo delle prime pubblicazioni, Lupo Alberto rappresentava la mia voglia di affermazione nel mondo del fumetto, la mia speranza, la mia ambizione, ma anche i miei dubbi e paure. Poi, con l’affermazione, è cresciuto e ha dovuto mantenere le promesse verso il suo/mio pubblico, che è diventato sempre più vasto ed eterogeneo. Questo ha fatto sì che dovesse dialogare con più punti di vista, allargando le proprie prospettive, accettando i compromessi. Lupo Alberto è cresciuto con me, e io con lui. Per me è un diario quotidiano. Parla di me, di noi. Di tutti attraverso di me».

Quali letture hanno influenzato il Suo percorso di fumettista? Il lupo si presta a molte simbologie nella letteratura, basti pensare a Esopo, Fedro o ai Bestiari medievali.

«La mia non è una formazione classica, perciò non sono partito dalle letture. Il mio percorso è più tortuoso. Ho letto Fedro, Esopo, La Fontaine. Ho amato le serie illustrate, le letture per bambini, come Beatrix Potter. Ma anche Pavese, Hemingway, Dickens, per non parlare di Cervantes. Nelle letture che ho affrontato, ho cercato il comico e l’umorismo. In questo senso, voglio citare anche i testi di Woody Allen e di Paolo Villaggio».

“Il lupo perde il pelo ma non il vizio”: è un detto che si applica anche a Lupo Alberto, o ritiene che il Suo lupo, in quasi 45 anni di vita, sia cambiato in qualche aspetto?

«Vorrei saperlo anch’io! Ogni tanto mi rileggo con questa domanda in mente. Riconosco che a 21 anni la spinta creativa era stimolata dall’entusiasmo, dalla voglia di arrivare, di osare l’inosabile. Alcune scelte di allora, per i tempi, sono state ardite, come occuparmi di temi sociali quali l’omosessualità. Sono slanci che oggi, forse, si sono un po’ sopiti. Ma forse è giusto così: trovo ridicoli i vecchietti che vogliono fare i giovanotti, saltando la pozzanghera per poi finirci dentro fino al polpaccio».

Percepisce Lupo Alberto come una figura capace di una vita autonoma?

«Per scelta mia, sono sempre stato l’editore di me stesso, non ho mai ceduto ad altri lo sfruttamento del personaggio. Questo mi consentiva e consente di fare scelte, anche le meno consigliabili. Le posso fare in tutta autonomia, perché nessuno me lo può impedire. Proprio questo aspetto ha reso Lupo Alberto per molti un amico vero. Vincenzo Mollica lo ha definito quasi un parente: ci accompagna, condivide le nostre cose. Questa onestà con se stesso ha conferito a Lupo Alberto una certa credibilità, che gli consente di parlare di argomenti diversi, anche meno fumettistici, con discreta autorevolezza».

“Homo homini lupus”, l’uomo lupo all’uomo: potremmo applicare questo motto latino al mondo del fumetto?

«Il mondo del fumetto è fatto di tante persone tra cui non c’è grande rivalità. Non è un mondo che attira grandi masse di denaro, come accade magari nel mondo dello spettacolo. Ci possono essere ruggini, ma mai mortali. Il mestiere del fumettista è diventato un po’ uno status symbol, una moda, a cui spesso si applica chi non ha né arte né parte. In questa frangia di autori è cresciuta la competizione. Ma a parte ciò, io noto scambio e rispetto per il lavoro dell’altro».

Parlando di Lupo Alberto, ne ha sottolineato la coerenza e l’onestà, parola, quest’ultima, che ritorna molto spesso negli ultimi tempi, da destra a sinistra: a quale personaggio della Fattoria McKenzie affiderebbe la guida del nuovo governo in Italia?

«Il personaggio più affidabile che io conosca tra i miei, capace di mantenere con le buone o con le cattive un certo ordine è il cane Mosè. Alla fine si dimostra spesso clemente e fa l’interesse della fattoria. Garantirebbe una certa governabilità. Però guai se mancassero all’opposizione tipi come Lupo Alberto o Enrico la Talpa».