La gran diva del muto Lyda Borelli trova parole e musica

Venerdì sera al Videodrome di Bolzano il cineconcerto con la visione del film “Ma l’amor mio non muore”

BOLZANO. Per il ciclo “Rimusicazioni” al Videodrome di Bolzano venerdì 5 febbraio alle ore 21 toccherà al film “Ma l’amor mio non muore”, diretto da Mario Caserini nel 1913. Le musiche dal vivo sono di Francesca Badalini. Elsa Holbein, figlia di un alto ufficiale del Granducato di Wallenstein, è corteggiata dal losco Moise Sthar, spione che, trafugati documenti segreti, scompare. Travolto dallo scandalo, il padre di Elsa si uccide, lei è costretta all'esilio. Diventa, con il nome di Diana Cadouleur, cantante acclamata. S'innamora, ricambiata, di un giovane e malinconico aristocratico. È Massimiliano, figlio del Granduca. Sthar riappare, rivela al nobile la vera identità della donna che, alle soglie della felicità, si avvelena. Questo intenso melodramma consacrò Lyda Borelli, già celeberrima attrice di teatro, diva cinematografica. All'epoca fu un successo trionfale, grazie soprattutto alla sua protagonista, che lo armò di un gusto eccitato e tempestoso. È il film che porta sullo schermo la maniera dannunziana e diventa il manifesto del vivere inimitabile. E dell'inimitabile morire. “L’esasperazione floreale, sotto travestimento di fatuità mondana o di stregata passionalità, dà luogo a un repertorio estravagante di gesticolazioni e positure, tra le più inventive e intransigenti di quella stagione convulsa”, ha detto il critico Francesco Savio. Con questo film comincia il borellismo. Nel 1913 si producono in Italia 1124 film, dai 10 minuti di durata in su. Quello di Caserini è uno dei più lunghi e apre la stagione del cinemelodramma italiano. Attrice di teatro e diva del cinema muto, Lyda Borelli è stata capace di grande espressività fisica. La Borelli incontra perfettamente i gusti della critica e degli spettatori dell'epoca. In assenza del sonoro, infatti, a conquistare il pubblico è l’enfasi del gesto. Anche Gramsci, alludendo alle sue performance artistiche, afferma che “la lingua è il corpo umano nella sua plasticità sempre rinnovantesi”. Tra i suoi più grandi successi, “Fior di male” e “Rapsodia satanica”.