«L'Unità d'Italia impossibile senza la massoneria»

«Cominciamo con lo sfatare un mito di lunga data: quello di Mazzini massone. Mazzini non è mai stato sottoposto al rituale iniziatico, requisito fondamentale per definire una persona massone. Fu sicuramente fonte di ispirazione per molte logge dell'epoca che si rifacevano ai suoi ideali repubblicani ed unitari e che per questo si definivano mazziniane ma lui, pur avendo accettato anche qualche titolo massonico ad honorem, non fu mai un vero "fratello».  Parola di Giuliano Di Bernardo, uno che di massoneria se ne intende: Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia tra il 1990 e il 1993, poi fondatore e primo Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d'Italia, che in soli sei mesi ottenne il massimo titolo di "Unica Obbedienza massonica italiana riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra" (spodestando il Grande Oriente Italiano che aveva impiegato 110 anni per ottenerlo), Di Bernardo è massone dal 1961. È stato anche a lungo docente di Filosofia della scienza a Sociologia: oggi in pensione, vive a Povo. E in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, dice la sua sulle polemiche sollevate in questo periodo sul ruolo ricoperto dalla massoneria nel processo di unificazione.  «Detto di Mazzini, bisogna superare anche un altro preconcetto diffuso: quello che la massoneria fu il cervello nascosto che promosse il "progetto Italia" - afferma Di Bernardo - la realtà è che essa fu uno degli strumenti usati dall'abile Cavour per favorire la coesione e fare "gli italiani". Logge erano sparse in tutte le città della penisola e quindi creare un collante tra di loro significava unire uomini, progetti e città. Puntando e favorendo, poi, l'ascesa di quelle antimazziniane e filo monarchiche servì a fissare anche la futura struttura governativa del paese che, come da progetto di Cavour, doveva essere una monarchia parlamentare e non una repubblica. E la dimostrazione di quanto detto sta nell'elezione di Costantino Nigra, diplomatico e amico fidato di Cavour, a Gran Maestro del Grande Oriente Italiano il 3 ottobre 1861, guarda caso pochi mesi dopo quel 17 marzo che oggi andiamo a celebrare e che ci ricorda il giorno in cui Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re del Regno d'Italia».  Dunque la massoneria ebbe un ruolo fondamentale nell'unificazione del nostro paese, ma più sul piano operativo che su quello del controllo. E all'epoca moltissimi protagonisti della fase risorgimentale e post-risorgimentale furono massoni, da Pascoli a Carducci, da Garibaldi che fu anche Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia nel 1864, a De Pretis e Crispi, passando per alte sfere dell'esercito: basti pensare che a cavallo della Prima guerra mondiale anche Badoglio, Cadorna e Diaz erano massoni. «Dal 1861 fino alla Prima guerra mondiale la massoneria resse le sorti del Regno d'Italia e ne determinò ogni politica - conferma Di Bernardo - e proprio per questo nacque l'esigenza di "coprire" quei fratelli che avevano cariche pubbliche importanti, salvandoli dalla curiosità dei tanti. A tale scopo fu creata la progenitrice della P2: il Gran Maestro di allora, tra il 1871 e il 1880, Giuseppe Mazzone, stilò un elenco che denominò "Propaganda" nel quale figuravano i loro nomi. Questi erano conosciuti solo dal Gran Maestro che li trasmetteva all'"orecchio" del suo successore. Tali soggetti erano detti "fratelli all'orecchio" ed è in questo contesto che si afferma il famigerato utilizzo del cappuccio, visto che solo il Gran Maestro doveva conoscere la loro identità. Ugo Lenzi, Gran Maestro dal 1949 al 1953, considerò quest'elenco una vera e propria loggia e la denominò "Propaganda2" per distinguerla da un'altra loggia già esistente a Torino chiamata anch'essa "Propaganda". La P2 passò, poi, nelle mani di Gelli al quale gli Usa misero a disposizione uomini e capitali infiniti, che in realtà Gelli non utilizzerà praticamente mai, se non per arricchirsi personalmente».  L'effetto sicuro che ottenne fu di gettare discredito sulla massoneria che da quel momento viene associata a qualcosa di segreto e sovversivo, riuscendo là dove anche la Chiesa nel risorgimento aveva fallito: «La Chiesa cercò di far passare il messaggio che i patrioti Italiani erano la massoneria, e la massoneria era qualcosa di satanico, losco, dalle tinte maligne, basti ricordare le parole di Pio IX che la definiva come "la Sinagoga di Satana". Ed ecco perché cercarono in tutti i modi di associare il nome di Mazzini alla massoneria. Questo atteggiamento la portò anche a dare credito a mistificatori e falsari, il più famoso dei quali fu Lèo Taxil che sul finire dell'800 dichiarò di essere scappato dalla massoneria dopo aver assistito, in una seduta, all'accoppiamento del diavolo Bafometto con delle giovani donne ed essere stato presente alla nascita del figlio del demonio. La Chiesa gli diede una affidabilità tale che promosse nel 1896 il "Primo Congresso Antimassonico" proprio a Trento, chiedendogli di mostrare il figlio di Bafometto. Giunsero vescovi e prelati da tutto il mondo e quando dopo tre giorni Taxil scappò, abbandonando la nostra città, il Congresso si concluse sparendo nell'anonimato della vergogna».  Effettivamente il Congresso di Trento durò solo quattro giorni, dal 26 al 30 giugno, e fu lo stesso Taxil, dopo aver ricevuto nel 1886 l'avvallo delle sue dichiarazioni da Papa Leone XIII, nel 1897 a rinnegare tutto quello che aveva detto, riconoscendosi come impostore. Anche il fascismo compì un'opera di demonizzazione della massoneria mettendola al bando nel 1925.  Questo perché uno Stato totalitario non poteva ammettere poteri paralleli o forme di dissenso non controllabili al suo interno ed ottenendo, così, anche un sostanziale riavvicinamento proprio con il mondo cattolico e la Chiesa. Ma c'è anche un'altra ragione, che rivela Di Bernardo: «Nonostante l'avversione successiva alla massoneria, negli anni venti molti esponenti e gerarchi fascisti ne facevano parte. Per fare dei nomi: Balbo, Farinacci, Marinelli, D'Annunzio. Chi non riuscì mai ad esserlo fu proprio Mussolini, che chiese di entrarvi a Trento nel 1909, durante la sua permanenza come giornalista nella nostra città, ma fu rifiutato perché già all'epoca non rispondente ai principi di tolleranza, libertà e fratellanza sui quali ogni confraternita è fondata».    Giuliano Di Bernardo porta un anello simbolo dell'Accademia degli Illuminati fondata nel 2002: il bianco indica il bene, il nero il male, il triangolo equilatero significa la creazione del mondo mentre il cerchio equivale alla perfezione

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