Gli imprenditori? Vecchi poco istruiti e figli di papà

Il rapporto economico-sociale: Pil in calo, colpa anche della bassa dinamicità delle aziende. Schizzerotto: «Male la forte riduzione delle iscrizioni all’università»


di Chiara Bert


TRENTO. Uomo, di età avanzata, con un titolo di studio basso e, in un caso su due, «figlio di papà», nel senso che è tale per tradizione familiare. Ecco la fotografia dell’imprenditore medio in Trentino scattata dal rapporto sulla situazione economica e sociale 2014 elaborato dall’Irvapp (l’Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche della Fbk) presentato ieri in giunta provinciale.

È un Trentino - ha spiegato il sociologo Antonio Schizzerotto, direttore dell’Irvapp - che tiene sul versante dell’occupazione, della coesione sociale e dell’equità complessiva del sistema. Ma che fatica sul fronte della crescita e dell’imprenditorialità.

Il declino del Pil. Dal 2007, inizio della crisi, a oggi, il Pil aggregato ha segnato un calo, se si esclude una leggera ripresa tra il 2010 e il 2011: fatto 100 il 2007, nel 2013 l'indice trentino è a 93,6, quello del Nord Est a 91,9 e quello dell'Italia a 91,5. Il Pil pro capite cala ancora più vistosamente, un trend dovuto solo in parte agli effetti della crisi: qui a pesare sono da un lato il trend demografico, che vede in crescita gli over 65 e la fascia fra i 15 e i 24 anni, ovvero le fasce della popolazione meno produttive, dall’altra la bassa produttività e una bassa capacità di innovazione delle imprese.

Le imprese. Sono tre i limiti evidenziati da Schizzerotto: la dimensione contenuta delle aziende, l’età avanzata degli imprenditori (la classe tra i 18 e i 39 anni rappresenta solo il 21%) e il loro basso tasso di istruzione. E osserva: «Il 50% degli imprenditori è tale per tradizione familiare più che per una scelta vocazionale, in generale il sistema delle imprese trentine si regge ancora molto sulle catene familiari, su un’attività che passa di padre in figlio. I soggetti che hanno meno chance di aprire un’attività sono le donne e i giovani, anche se laureati». Quanto pesi il livello di istruzione, lo spiegano questi dati: le imprese che hanno avuto accesso alla banda larga hanno registrato una crescita del fatturato del 15% all’anno. Dato che sale fino al 25% se l’imprenditore è giovane e istruito, e si riduce invece ad un «effetto zero» se l’imprenditore è anziano e con un basso titolo di studio.

L’occupazione. Il Trentino tiene meglio rispetto al resto dell’Italia anche se rimane sotto i valori della Germania. Si osserva una crescita media del tasso di attività, dunque della partecipazione al mondo del lavoro, e soprattutto della presenza delle donne nella forza lavoro. Cresce però la disoccupazione giovanile, che sale a quasi il 15%, per quanto il dato sia comunque circa un terzo della media nazionale. Un fenomeno preoccupante, evidenzia Schizzerotto, è l’aumento degli sfiduciati, che non cercano più lavoro perché pensano che non riusciranno comunque a trovarlo.

La scolarità. Il sistema scolastico trentino gode di buona salute ma funziona bene fino alla secondaria superiore. La situazione cambia quando si parla di università: in questo caso si registra un declino di circa 15 punti percentuali in un decennio nel tasso di passaggio all’università, il calo delle iscrizioni è passato dal 71% del 2004 a circa il 60%. Le cause? In parte, ancora una volta, la crisi che ha ridotto le disponibilità economiche delle famiglie e spinge a cercare un lavoro, ma secondo Schizzerotto pesa anche «la crisi della laurea triennale che non offre ai giovani un grande valore aggiunto per l’ingresso nel mondo del lavoro».

I redditi. In Trentino, rispetto ad altre realtà, non si è verificato il fenomeno per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri: aumentano i redditi da pensione, restano stabili quelli da lavoro dipendente mentre calano i profitti da imprese, le rendite da capitale e e il reddito da lavoro autonomo, con conseguenze non trascurabili - sottolinea il sociologo - sul gettito della tassazione.

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