DISASTRO FERROVIARIO IN VAL VENOSTANove morti sul treno dei pendolariOtto indagati per la frana killer

Una frana di 400 metri cubi di fango, provocata dalla rottura di un tubo per l'irrigazione delle mele, ha travolto le due carrozze del treno regionale della Sad Merano-Malles, carico di una quarantina di pendolari. Il bilancio è tragico: nove morti (otto passeggeri e il macchinista) e 28 feriti. La procura di Bolzano ha aperto un'inchiesta per verificare le responsabilità del disastro: otto persone sono state iscritte sul registro degli indagati
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LACES. Ore 9.02, il convoglio con 37 passeggeri scende a velocità moderata verso la stazione di Castelbello. Una frana, innescata da una perdita d’acqua dell’impianto d’irrigazione del frutetto sovrastante, lo centra in pieno e lo fa deragliare. È una carneficina: 9 venostani muoiono affogati nel fango.
 
Scatta l’allarme, esattamente cinque minuti dopo le prime squadre di soccorso sono sul posto. L’immagine che si presenta ai loro occhi è tremenda. La carrozza di testa è coricata di lato, col muso che punta verso il corso d’acqua sottostante e trattenuta da due tronchi d’albero venuti giù insieme con la frana. Anche quella di coda è deragliata, ma fortunatamente è rimasta sulla massicciata. Il silenzio è rotto da grida strazianti.

 Sono i feriti, prigionieri delle scatole d’acciaio, che chiedono aiuto. Qualcuno esce con le proprie gambe, altri vengono estratti dagli uomini del soccorso alpino e dai pompieri volontari. Tutti vengono trasferiti nella zona triage per le cure del caso: sette sono gravi, ma non in pericolo di vita.
 
La situazione più critica è nella carrozza di testa: i 400 metri cubi di fango che si sono abbattuti sul convoglio, hanno sfondato i vetri e parzialmente riempito gli spazi. Chi aveva trovato posto sulle poltroncine delle prime file non ha avuto scampo. Un corpo senza vita, due, tre. Salme pietosamente composte in un’apposita tenda per un primo riconoscimento. Col passare dei minuti il bilancio dei morti si aggrava. Errori di calcolo ne fanno lievitare il numero fino a 11. Nel pomeriggio, ad operazioni concluse, il comunicato finale parla di nove vittime: macchinista meranese, le altre tutte venostane, in gran parte di giovane età. Bilancio ufficioso, come tiene a precisare il presidente Luis Durnwalder, c’è la remota possibilità che qualche altro corpo possa essere finito sotto la carrozza, lo si scoprirà solo nel momento in cui verrà rimosso il rottame.
 
La notizia del tragico disastro corre in valle alla velocità della luce, e in breve autorità e forze dell’ordine vengono prese d’assalto da chi, temendo per la vita di qualche amico o qualche parente, vuole sapere. Le richieste si fanno sempre più insistenti, viene istituito un numero verde proprio per fornire indicazioni utili. La notizia della tragedia, ribattuta dalle agenzie di stampa, varca i confini della regione. Si fa vivo anche il consolato del Belgio, ma nell’elenco non risultano passeggeri provenienti da quella nazione. Gli unici due turisti stranieri sono una coppia di germanici, usciti fortunatamente illesi da quell’inferno.
 
I feriti, dopo un primo trattamento nelle due aree triage allestite in loco, una immediatamente a valle del luogo del disastro, e l’altra all’ingresso del Comune di Laces, vengono smistati negli ospedali di Silandro, Merano, Bolzano e Bressanone: i meno gravi in ambulanza, i più critici con gli elicotteri della protezione civile, Pelikan 1 e 2, che fanno incessantemente la spola tra Laces e i nosocomi di destinazione. Le salme, invece, prendono la strada della cappella mortuaria della parrocchia di Silandro.

 Sul fronte giudiziario, intanto, si apre l’inchiesta sul gravissimo disastro ferroviario. Lo smottamento da 400 metri cubi viene imputato ad una consistente perdita d’acqua dall’impianto d’irrigazione dei frutteti sottostanti. I tecnici individuano la causa in un pozzetto d’irrigazione, in una valvola difettosa che per ore avrebbe fatto trafilare acqua tra la base rocciosa e lo strato boschivo. In serata la procura inserisce otto nomi sul registro degli indagati, 6 gestori dell’impianto d’irrigazione e due propritari del terreno franato