l’intervista

Spreco alimentare e buona alimentazione, Segrè: «Nel mondo 800 milioni di affamanti, ma più del doppio in sovrappeso»

Sabato 21 ottobre, al Castello di Pergine, la presentazione del libro “D(i)ritto al cibo”


Carlo Bridi


TRENTO. Per le Giornate mondiali dedicate agli sprechi alimentari (29 settembre) e all’alimentazione (16 ottobre) l’Osservatorio internazionale Waste Watcher su cibo e sostenibilità, promosso dalla Campagna Spreco Zero di Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna, ha realizzato un’indagine in otto Paesi del mondo su sprechi e comportamenti alimentari.

Il direttore scientifico dell’Osservatorio è il prof. Andrea Segrè, ordinario di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile all’Università di Bologna, già presidente delle Fondazione Mach. Reduce dalla Danimarca dove, all’Ambasciata d’Italia con ospite d’onore la principessa Maria, ha illustrato i risultati dello Sprecometro (l’applicazione sviluppata dalla Campagna Spreco Zero per raggiungere l’Obiettivo dell’Agenda ONU 2030 di dimezzare lo spreco alimentare) nella scuola italiana a Copehagen, gli abbiamo posto alcune domande in vista della presentazione trentina del suo libro “D(i)ritto al cibo” al Castello di Pergine (sabato 21 ottobre, ore 17:30).

Innanzi tutto, professore, qual è il risultato principale che emerge dall’indagine rispetto agli anni precedenti?

C’è una buona notizia che però deriva da una cattiva. L’indagine copre una campione di 7.500 persone. Rispetto all’anno precedente lo spreco alimentare cala drasticamente ovunque: con punte assai rilevanti in paesi dove a livello domestico si spreca di più come ad esempio gli USA, ancora 859 grammi pro capite alla settimana (- 35% rispetto al 2022). Anche l’Italia riduce lo spreco domestico che scende sotto la soglia dei 500 g: -21% pari a 469 gr. Questo però non è l’effetto di un comportamento virtuoso ma della profonda crisi che stiamo vivendo: lo scatto inflattivo ha fatto diminuire gli acquisti alimentari e di conseguenza ciò che si getta via.

La crisi alimentare sta colpendo pesantemente molti milioni di persone, i poveri sono in aumento ed il divario rispetto ai ricchi aumenta. Quali le conseguenze della perdita di potere d’acquisto per molti milioni di persone nella borsa della spesa e sulla salute di queste persone?

La conseguenza è che i poveri non solo mangiano male ma, paradossalmente, sprecano anche di più. I nostri dati sono chiari e smentiscono affermazioni contrarie. L’inflazione alimentare colpisce più duro le fasce più deboli portando ad un abbassamento della quantità e della qualità dei prodotti alimentari acquistati e un parallelo peggioramento della dieta alimentare, con effetti negativi sulla salute e i costi sanitari. Guardando all’Italia il quadro è significativo. Mentre il ceto medio, che può permettersi di comprare prodotti migliori, riesce a ridurre lo spreco (-10%), i ceti popolari che, invece, sono tendenzialmente costretti a fare i conti con i prezzi sempre in salita e a comprare prodotti che costano meno e/o che hanno una minore qualità, si trovano maggiormente a fare i conti con lo spreco per il deterioramento veloce dei prodotti acquistati. Così nei ceti popolari lo spreco alimentare fa registrare un +12%, con picchi del 17% sulla verdura e del 13% sulla frutta fresca. Il dato più eclatante è quello legato al 24% di spreco per frutta e verdura non fresche, che porta alla luce il tipo di dieta delle classi popolari, con effetti negativi sulla salute. Non è un caso che l’obesità aumenti proprio in queste fasce.

Lei in Danimarca alle scuole italiane ha presentato anche lo Sprecometro qual è stato l’impatto sui giovani di questo Paese del Nord Europa?

Sorprendente. Non credevo che lo Sprecometro avesse tanto successo, non solo in Italia. Forse c’era bisogno di un’applicazione non commerciale, ce ne sono diverse che affermano di combattere lo spreco ma in realtà vendono alimenti vicini alla scadenza. Più che legittimo, ma lo spreco di combatte in altro modo. Se ognuno di noi dimezzasse ciò che getta via ancora buono a livello domestico (in Italia vale oltre 7 miliardi di euro) oltre che un risparmio economico avremmo anche un beneficio dal punto di vista ambientale. Infatti nello Sprecometro la misurazione di ogni alimento sprecato viene calcolata in valore economico, in impronta idrica e carbonica. Se gettiamo via 10 grammi di formaggio, perché lo abbiamo lasciato ammuffire in frigo, sappiamo subito quanti euro, acqua e CO2 abbiamo buttato nella spazzatura. E’ stato bello vedere i video realizzati dai bambini danesi. Fra l’altro i contenuti sono in italiano e dunque è anche una promozione della nostra cultura alimentare. Anche negli Usa ci sono dei gruppi attivi. Stiamo facendo accordi anche in altri paesi.

La domanda che spesso gli studenti, ma anche i loro insegnanti ci fanno è la seguente: ma noi cosa possiamo fare per ridurre questa ingiustizia e le conseguenze anche sul clima che sono causate dagli sprechi alimentari?

Intanto suggerirei di scaricare l’applicazione Sprecometro che consente di attivare dei gruppi. Ci sono già centinaia di scuole che hanno attivato nelle classi dei gruppi che vedono i risultati in diretta e possono guardare, assieme a insegnanti e famiglie, i contenuti di educazione alimentare che abbiamo sviluppato con Slow Food e Smartfood, il programma nutrizionale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Ognuno di noi può fare qualcosa per ridurre lo spreco alimentare e adottare una dieta sana e sostenibile, fa bene alla nostra salute e a una salute più grande: quella della Terra.

Sabato 21 ottobre alle 17.30 presenta al Castello di Pergine il suo ultimo libro: D(I)RITTO AL CIBO qual è il messaggio in esso contenuto?

Che mangiare bene, in modo adeguato, sufficiente, nutriente, compatibile culturalmente è un diritto. Il diritto al cibo è infatti riconosciuto fin dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Solo che ce lo siamo scordati. I numeri globali della malnutrizione per difetto (fame) e per eccesso (obesità) parlano chiaro. 800 milioni di affamanti, più del doppio in sovrappeso fino all’obesità. Uno squilibrio troppo grande, se poi ci aggiungiamo che un terzo del cibo prodotto viene perso o sprecato, è evidente che qualcosa non funziona. Dobbiamo dunque partire da questo riconoscimento: il cibo è un diritto, per tutti. Ma realizzarlo a livello globale rimane sulla carta. Dobbiamo partire dalle nostre Comunità, dai nostri Comuni. Ora mi sto dedicando proprio a questo obiettivo come Consigliere speciale del Sindaco di Bologna per la politica alimentare urbana. Una grande sfida, far sì che a partire dai poveri alimentari mangiare in modo adeguato sia un diritto e che il cibo non sia più considerato una merce come le altre, ma un bene comune.













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