l’intervista

Florian Allgauer: «Spezzai il cuore a Flavia Pennetta, oggi insegno ai ragazzini»

Classe 1979 e un braccio magico, uno dei talenti più puri del tennis altoatesino, che però ha preso un’altra strada: "Lasciato solo dopo il primo trionfo"


Aliosha Bona


BOLZANO. Non è solo tennis. E non è nemmeno un film di Hollywood la cui trama alla fine riesce a incastonare i pezzi del puzzle e rendere gloria al talento senza disciplina. Anche se per un breve periodo con i grandi del cinema ci ha lavorato: «Avevo appena smesso, a 25 anni, mi chiamarono al Lido di Venezia per fare il maestro alle star del Festival. Mi ricordo ancora di un famoso regista cinese che ogni giorno mi faceva alzare alle 5 del mattino…un incubo».

Ma la vita non è un set e Florian Allgäuer, brunicense classe 1979, braccio magico, il migliore che l’Alto Adige abbia mai conosciuto dopo Sinner, s’è fermato alle porte del paradiso. Dritto penetrante, servizio infallibile, fisico perfetto: a 18 anni vince il Bonfiglio, il torneo giovanile più rinomato. Prima di lui in Italia c’erano riusciti in sette, tra cui Panatta, Barazzutti, Ocleppo e Pescosolido.

La strada pare essere quella degli appena citati perché Florian non si ferma. Sopravvive al salto da Juniores a professionista e a 20 anni è a ridosso delle prime 200 posizioni mondiali. E poi? Blackout. «Fui lasciato solo con persone che non mi volevano bene veramente. Il mio ex manager, Stefano Sammarini, che mi gestiva portafogli e sponsor, pochi anni fa è finito in galera per frode. Io ero un ragazzino, con le sue paturnie da teenager, i suoi problemi, i suoi vizi. Non amavo viaggiare e nemmeno soffrire più di tanto, insomma non ero facile da gestire».

Allgäuer, pochi anni di carriera ma aneddoti da poterci scrivere un libro. Da dove cominciamo?

Dal nome.

Prego?

Sì, è Allgauer, senza umlaut. La tolsi da ragazzo.

Questioni di appartenenza linguistica?

Niente affatto. Lo feci per semplificarmi la vita. Fuori dai confini dell’Alto Adige leggere due puntini sopra la lettera “a” non era proprio compreso. E poi nemmeno c’era nelle tastiere. Vallo tu a spiegare ai giudici italiani per le iscrizioni di un torneo e per altri passaggi burocratici. Così mi sono fatto chiamare Allgauer da tutti, da subito.

Visto l’excursus glielo deve chiedere. Qui, tra le montagne, non ci viene più?

Altroché! Torno spesso per mia sorella, i miei nipotini, gli amici e il mio papà. Ma da quasi 15 anni vivo a Salsomaggiore. Lavoro al circolo “Olimpica” di Parma, abbiamo una scuola con 170 ragazzi. Insegnare mi piace molto.

Più di giocare?

Non scherziamo, giocare era la cosa più bella in assoluto, mi sentivo libero. Anzi è stato difficile accettare il passaggio da poco più che ventenne, solamente perché avevo fallito come tennista. Ma poi ti abitui, ti adatti, anche se all’inizio forse non era la realtà dei miei sogni. Ora questi quattro campi e i bambini che alleno sono la mia vita assieme ai miei due figli, Bianca e Nicolò.

Con scelte diverse ora starebbe raccontando un’altra storia.

Evidentemente doveva andare così. Lasciai Brunico da giovanissimo e mi catapultarono nei campi di tutto il mondo a 12 anni. Ricordo in maniera nitida una trasferta in Giappone, vincemmo Mondiali ed Europei con l’Italia. Sono sempre stato tra i migliori della mia generazione, che fu certamente tra le più talentuose che si ricordino. I vari Luzzi, Dell’Acqua, Capodimonte, Sciortino…ma solo Bracciali e Volandri riuscirono a sfondare veramente.

Il motivo?

Ai miei tempi c’erano due tornei all’anno in Italia. Eri costretto a viaggiare e non c’erano soldi. E io proprio non sopportavo farmi ore di macchina. Adesso invece il calendario propone quasi un torneo a settimana e spostarsi è più semplice di 30 anni fa.

Nessun aiuto dalla Federazione?

Ti seguono fino ai 19 anni, poi te la devi cavare da solo. Dopo la splendida vittoria al Bonfiglio sono cominciati i problemi. Anche perché di testa non ero granché. Ricordo che nel 1997 giocai i quarti di finale degli Australian Open Junior contro Ljubicic. Conducevo 6-2 5-4 e servizio. Lui mi rimontò in qualche modo. Beh, ero talmente indiavolato che spaccai tutte le racchette che avevo nel borsone e le lasciai a Melbourne.

A proposito di Ivan Ljubicic (ex numero 3 al mondo e allenatore di Federer). Nell’ultimo documentario targato Sky il croato la cita per un episodio...

Sì, ha ricordato il momento che diede una svolta alla sua carriera. Riccardo Piatti voleva puntare su Ivan, Luzzi e me. Io e Federico rifiutammo e così Piatti lavorò con Ljubicic, portandolo alla ribalta. Per un periodo fui seguito da Corrado Barazzutti, ma il feeling non sbocciò mai. Così tornai da Fabrizio Fanucci, il mio coach storico, finché i risultati non vennero meno e anche lui si staccò, prendendo in mano Volandri.

E diciamo pure che il suo manager di allora non la aiutava.

Basta vedere la fine che ha fatto. In ogni modo, io le mie colpe me le prendo perché non volevo viaggiare e in allenamento a volte non davo il massimo. Ma è troppo facile abbandonare quelli più complicati, che si tratti di sponsor o della federazione. Un’azienda va seguita, fino in fondo, anche con i suoi problemi. Mi lasciarono solo, mollai il professionismo a 24 anni e proseguì per altri due con i tornei Open. Quando è morta mia mamma ho smesso definitivamente.

Nella biografia “Dritto al cuore” del 2011 Flavia Pennetta racconta come l’amore le sia sempre stato avverso e che la “prima volta” fu con lei.

Ci siamo conosciuti in un ritiro a Sestola, dove solitamente preparavamo l’inizio di stagione. Penso che lei avesse 16 anni.

Ed è vero che è stato lei a spezzarle il cuore?

Se lo dice sicuramente sarà vero…Ma poi fu lei a lasciarmi. Quel giorno chiamai mio padre, liberammo l’appartamento e partì per il Messico. E Flavia si fidanzò con Carlos Moya (ex numero 1 al mondo, ndr).

Oggi Florian Allgauer è felice?

Eccome. Tutte le strade sbagliate alla fine mi hanno portato comunque a due bambini splendidi e a Federica, la mia meravigliosa compagna. Loro sono il motivo per cui resterò a Salsomaggiore.













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