TRENTO

Troppi divieti alla figlia: padre condannato 

L’uomo vietava all’adolescente di truccarsi, di parlare con i coetanei maschi e le sceglieva i vestiti: pena a tre anni



TRENTO. Non poteva truccarsi, non poteva fermarsi neppure a chiacchierare con un amico, non poteva uscire di casa se non per andare a scuola. E dopo il suono della campanella, di corsa nell’ufficio di papà dove doveva rimanere fino a sera. Obblighi, tanti obblighi e solo limitazioni che comportavano una vita fuori casa praticamente inesistente. Una situazione tanto estrema da portare la procura ad avanzare nel confronti del padre (sessantenne) l’accusa di maltrattamenti. La vittima la figlia adolescente. E venerdì il giudice ha condannato il genitore a 3 anni di reclusione. E dovrà anche risarcire i danni alla figlia: 10 mila è la provvisionale e poi ci sarà la causa civile.

Sul banco degli imputati era finito questa padre (nato e cresciuto in Trentino, per chiarire) che aveva imposto alla figlia (che aveva fra i 14 i 16 anni all’epoca dei fatti contestati) una serie di regole che definivano qualsiasi evento della vita dell’adolescente. Con una serie di «direttive» vissute dalla ragazza come dei divieti impossibili. Dal genitore, secondo quanto ricostruito arrivavano continui richiami. Sarebbe stato lui a decidere come la ragazza doveva vestirsi e come doveva portare i capelli. Lui che le avrebbe impedito di truccarsi ma anche di incontrare ragazzi maschi.

Per evitare contatti telefonici le aveva anche rotto il cellulare che le era stato regalato. E - chissà perché - alla ragazza era pure vietato indossare degli occhiali da solo. Lui che le avrebbe impedito di praticare sport e che l’avrebbe sottoposta ad un test per verificare la sua eventuale positività alle droghe. E pure l’avrebbe portata dal ginecologo per avere conferma del fatto che fosse ancora vergine. L’avrebbe anche picchiata in alcune occasione procurandole traumi (con prognosi di al massimo una settimana). E sarebbe stato lui ad accompagnarla a scuola sempre con qualche minuto di ritardo per non darle la possibile di chiacchierare con compagni di classe (maschi) prima dell’inizio delle lezioni.













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