Sait, il nodo ricollocamenti In campo la Federazione 

Ultime 48 ore per trovare un accordo e ridurre il numero dei lavoratori licenziati Fezzi oggi presenta il «piano sociale». Dalpalù: «Vogliamo minimizzare il danno»


di Chiara Bert


TRENTO. Quando mancano 48 ore alla scadenza dei termini per un accordo nella difficilissima vertenza Sait (116 licenziamenti annunciati), scende in campo la Federazione che annuncia «un piano sociale» per attutire l’impatto degli esuberi. Due i filoni individuati, i cui dettagli saranno presentati oggi ai sindacati: uno riguarda il welfare individuale, un altro le azioni di ricollocazione di una parte dei lavoratori in mobilità. Un piano - chiarisce la Cooperazione in una nota - «subordinato al raggiungimento di un accordo tra tutte le parti coinvolte nella procedura di consultazione sindacale».

«Le iniziative sono definite sull’emergenza della ristrutturazione di Sait – spiega il presidente Mauro Fezzi - ma devono essere pensate come politica di sistema: un approccio mutualistico alle situazioni di crisi occupazionale che si generano nel sistema cooperativo». Una quota di ricollocamenti all’interno della grande famiglia della Cooperazione e incentivi a chi sarà licenziato: su questi due nodi si giocano le chance di raggiungere un’intesa entro domani. L’intervento per la ricollocazione - che sarà gestito insieme ad Agenzia del lavoro - sarà articolato in varie fasi, dall’analisi del fabbisogno e dell’offerta alla formazione e sviluppo delle competenze, fino al ricollocamento vero e proprio.

Otto giorni fa - secondo round al Servizio lavoro della Provincia - Sait aveva messo sul tavolo 900 mila euro per gli incentivi all’esodo dei lavoratori (10 mila euro lordi a testa, circa 7 mila euro netti), ma aveva anche alzato la posta dicendosi pronta ad aumentare l’incentivo di un 40% solo a fronte di un accordo che modifichi il contratto integrativo aumentando la produttività del magazzino (dai 90 colli all’ora attuali a 135) per chi resta. Solo con questa intesa il numero degli esuberi - era stato detto - sarà ridotto del 25%, ovvero da 116 a 86. Una proposta che ha spiazzato i sindacati, anche quelli (Fisascat Cisl e Uiltucs) finora più aperti alla trattativa.

«Senza un piano industriale e un piano sociale non ci sono le condizioni per un accordo», ribadiva ieri Roland Caramelle, segretario della Filcams Cgil. E sui criteri dei licenziamenti: «Non può passare il principio che l’azienda licenzia chi vuole, andremmo incontro a un effetto domino pericolosissimo».

Il presidente del Sait Renato Dalpalù fa appello al «senso di responsabilità di tutti»: «È una vicenda dolorosa, in cui ci sono persone destinate a uscire dall’azienda. Noi le idee le abbiamo chiare, abbiamo fatto una proposta per arrivare a 86 licenziamenti, sono 30 persone in meno di quelle inizialmente previste dal nostro piano, non è una quisquilia». «Non ci sono vinti e vincitori - prosegue Dalpalù - qui servono soluzioni sostenibili per l’azienda, il nostro obiettivo è minimizzare il danno. Chiedere più produttività a chi rimane (nel magazzino, ndr) consente di ridurre gli esuberi e riconoscere un incentivo più alto a chi va via».

Per «minimizzare il danno», per dirla con Dalpalù, ecco allora la discesa in campo della Federazione con il suo «piano sociale». Quanti licenziamenti potrà ridurre, e a quali condizioni, è ciò che attendono di sapere i sindacati. Intanto il presidente di Sait incalza: «Noi non lavoriamo per dividere il fronte sindacale, tutte le sigle sono componenti importanti dell’azienda. Senza diritti di veto. Io spero nel senso di responsabilità».













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