Lavoro, sono i giovani a soffrire di più

Nella fascia 15-24 anni assunzioni calate del 7,2% in un anno. Più facile trovare occupazione per gli over 50


di Chiara Bert


TRENTO. Il tasso di disoccupazione in Trentino - dicono gli ultimi dati - tocca il 5,8%, 4 punti sotto la media italiana ma in netto aumento rispetto al 4,5% del 2011. E a soffrire sono soprattutto i giovani, dove nella fascia tra i 15 e i 24 anni i disoccupati hanno raggiunto il 16,5% nel terzo trimestre 2012. Un dato ancora lontanissimo da quello choc diffuso ieri dall’Istat su scala nazionale: 38,4%. Ma che costringe anche il Trentino a fare i conti con problemi da cui fino a qualche anno fa poteva considerarsi immune. Dati che hanno spinto la giunta Pacher a mettere il lavoro tra le emergenze da affrontare da qui ad ottobre quando si svolgeranno le elezioni provinciali. «Vogliamo concentrarci sugli anelli più deboli - ha detto il presidente lo scorso gennaio - i giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro e i lavoratori che dal mercato vengono espulsi». Tra le azioni già previste dall’ultima Finanziaria ci sono i contratti di solidarietà per favorire il ricambio generazionale attraverso l’integrazione del reddito dei lavoratori a cui viene ridotto l’orario e l’avvio di misure sperimentali come il reddito di qualificazione per i giovani che vogliono completare il proprio percorso di studi.

Ed è proprio sull’occupazione giovanile che si concentrano alcuni dati elaborati dall’Agenzia del lavoro. A colpire in particolare sono i numeri delle assunzioni negli ultimi due anni: se dal 2011 al 2012 le assunzioni sono calate complessivamente del 2,4% (passando da 134.991 a 131.734, -3.257), si scopre che i più penalizzati sono i giovani. Dal 2011 al 2012 il numero di assunti è calato del 7,2% (-2.137) nella fascia 15-24 anni, e del 5% (-1.054) nella fascia 25-29 anni. Più contenuta la contrazione nella fascia 30-34 anni, dove si è passati da 19.197 a 18.679 assunzioni (-518, un calo del 2,7%) e nella fascia 35-39 anni, dove la diminuzione è stata del 2,9% (da 18.035 a 17.503). La curva riprende a salire solo nella fascia centrale, quella dai 40 ai 54 anni, dove nel 2012 ci sono stati 402 assunti in più dell’anno prima (da 38.850 si è passati a 39.252, più 1%), e soprattutto dai 55 anni in su, dove gli assunti sono cresciuti di 582 unità (+6,9%), da 8.472 a 9.054.

Andando a guardare le tipologie di assunzioni dei giovani fino a 29 anni, si evidenziano alcuni dati: dal 2008, l’ultimo anno prima dell’esplosione della crisi, al 2012, i contratti a tempo indeterminato sono passati dal 6,4% del totale al 3,9%, con un calo del 14,2% registrato solo nell’ultimo anno. Si sono ridotti fortemente anche i contratti di apprendistato, pr i quali gli incentivi provinciali e gli sgravi contributivi non riescono a bilanciare la durata del contratto (in media 3 anni) che in tempi di crisi le imprese considerano troppo lungo: sono scesi dal 13% all’8,1%, quasi un dimezzamento da 7.555 a 3.830 contratti. Rimangono sostanzialmente stabili i contratti a tempo determinato, scesi dai 39.445 del 2008 ai 31 mila del 2012, un calo del 2,4% nell’ultimo anno, e i contratti di somministrazione (gli ex contratti interinali erano il 10% del totale 5 anni fa, oggi sono il 9,7%). L’unico aumento riguarda i contratti a chiamata, la tipologia più flessibile del lavoro: le assunzioni sono balzate da 1.517 a 5.832 in 5 anni, in aumento del 10,3% dal 2011 al 2012. Ma dall’entrata in vigore della riforma Fornero (che ha imposto alle imprese di comunicare la chiamata) anche questa tipologia ha subito una drastica contrazione.

Ma chi sono i giovani che faticano di più a entrare nel mercato del lavoro? L’analisi della relazione tra titolo di studio e tasso di disoccupazione riguarda il 2011. Su un dato complessivo di disoccupati del 4,5% (che sappiamo essere aumentato al 5,8% nel 2012), si scopre che la percentuale più alta di senza lavoro (6,7%) riguarda i giovani che hanno solo la terza media, seguiti (4,1%) dai diplomati, e sullo stesso livello (4%) si attestano i ragazzi con in mano un diploma di formazione professionale. Chi si salva di più sono i laureati: in questo caso i disoccupati si fermano al 2,2%.

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