Lavoro, 30 mila escluse dal mercato perché donne

Statistica allarmante: se ci fosse la «parità» le impiegate salirebbero a 126 mila. Sempre più solido il «soffitto di cristallo», nel privato solo 7 su 100 sono dirigenti


Luca Marognoli


TRENTO. Sono 28.115 le donne che pagano lo scotto della disparità di genere sul mercato del lavoro. Se le condizioni di accesso fossero le stesse dei colleghi maschi, il contingente femminile impiegato salirebbe da 98mila a 126mila persone.

Lo dicono gli ultimi dati diffusi dall'Agenzia del lavoro di Trento e riferiti al quarto trimestre del 2011. La stima deriva dal tasso di attività, indice che misura il rapporto tra l’insieme delle donne in età da lavoro che hanno un'occupazione e la popolazione dello stesso genere di età compresa fra i 15 e i 64 anni. Un rapporto che mostra come la bilancia del mercato del lavoro penda ancora troppo dalla parte degli uomini, con il 76,7% di «attivi»contro il 61,2% delle donne.

Trentino e Triveneto. Solo il raffronto con il resto d'Italia ci conforta, come avviene spesso in questo tipo di indagini statistiche che tendono a dipingerci come “isola felice”: a livello nazionale, infatti, le donne occupabili in attività sono una su due (52,5% contro il 73,5% degli uomini). Ma a creare ulteriori motivi di preoccupazione è il fatto che nel Nord Est la situazione è migliore, seppure di poco: il valore infatti corrisponde al 62,3%, l'1,1% in più rispetto a quello del Trentino. E' più alta però anche la differenza con gli uomini (16,2%), perché il tasso di attività maschile in Triveneto Veneto è anch'esso superiore, raggiungendo quota 78,5%.

Un secondo parametro di raffronto è il tasso di occupazione, il rapporto fra gli occupati e la popolazione di riferimento. Anche qui il “gap” fra generi è elevato - 57,6% tra le donne e 72,1% tra gli uomini (con una differenza del 14,6%) - ma il dato del Nord Est è quasi identico a quello nazionale per le femmine (57,8) e di 2,1% punti in più (74,3%) per gli uomini (con una differenza in questo caso più spiccata, pari al 16,5%).

Bisogna affrontare il tasso di disoccupazione, il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le corrispondenti forze lavoro (occupate più disoccupate), per vedere quasi scomparire le differenze tra maschi e femmine: 5,8% per i primi, 5,9% per le seconde. In questo ambito la situazione è decisamente migliore di quella del Nord Est, dove le donne sono al 7,1% (10,8% in tutta Italia), mentre va peggio per gli uomini, con il 5,2% (8,7% su scala nazionale). La forbice è quindi molto più ampia rispetto a quella praticamente inesistente del Trentino.

Lavoro fisso e part-time. La debolezza della donna sul mercato del lavoro è visibile anche dal tipo di impiego e dalla sua stabilità. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni. Se l’occupazione temporanea denuncia uno squilibrio ridotto (17,5% delle donne contro il 12,1% dei maschi), è nel part-time che il fenomeno assume dimensioni macroscopiche: 35,1% di donne lavorano a tempo parziale, contro solo il 4,8% dei maschi (un settimo).

Le differenze sono più accentuate tra i giovani: nella classe di età 15-24 anni è «precario» il 45,6% dei maschi e ben il 58,6% delle donne.

Le posizioni di vertice. Il fenomeno è ben noto ai sociologi, che lo chiamano «soffitto di cristallo», per indicare la barriera invisibile che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni apicali. La divaricazione è enorme: nel pubblico solo il 29,6% delle donne è dirigente (6 su 10 sono impiegate) contro il 70,4% degli uomini, ma nel privato si può parlare di vera e propria discriminazione, con il 7,3% contro il 92,7%. Lo sbilanciamento è evidente anche tra i quadri, con un 23,9% delle donne e un 76,1% degli uomini.

Disparità che la dicono lunga sugli ostacoli che le lavoratrici incontrano sul loro cammino. Tanto che oggi - spiega la dirigente dell’Agenzia del lavoro, Antonella Chiusole - è stato coniato un altro termine: «mura d’amianto». Massicce e impenetrabili.

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