Gli 80 anni di Aldo Moser: «Quel Bondone da incubo»

Compie gli anni venerdì il capostipite della dinastia del pedale di Palù di Giovo. «In volata se sprintavamo in due arrivavo...terzo. Ma a crono ho battuto i big»


di Gianpaolo Tessari


TRENTO. Al suo esordio lo chiamavano il bocia. Al termine di 20 anni giusti di carriera in gruppo era diventato il vecio. Aldo Moser venerdì compie 80 anni ed il capostipite della dinastia del pedale è una delle memorie storiche di uno sport che, oggi più che mai, ha bisogno di gesta epiche a cui riferirsi.

Aldo la sua carriera fu molto lunga, dal 1954 al 1974, ma conta un numero relativamente esiguo di vittorie, 12.

«Eh, arrivavo molto spesso in volata, riuscivo a portare via un uomo o un gruppetto ma come è noto il mio tallone di Achile era lo sprint. Se arrivavamo in due mi piazzavo... terzo. Ah, ah. Il mio palmares sarebbe stato ben diverso se fossi stato veloce ma quelle erano le mie caratteristiche. Comunque a me risultano 16 vittorie...».

Nell’immaginario collettivo il suo nome è legato alla tappa da tregenda del Bondone, quella del 1956, con una bufera di neve.

«Beh, io arrivai in cima stravolto e la classifica del Giro che, sino ad allora mi vedeva terzo alla partenza da Merano, poi non fu altrettanto brillante. Ma una cosa è certa: io salì sino a Vaneze in bicicletta».

Non fu lo stesso eh per tutti i corridori...

«Infatti. Accade di tutto in quella tappa. Lungo i tornanti che portavano a Vaneze i corridori vennero avvolti da una bufera di neve. Numerosi ritiri e pochi i superstiti al traguardo. Tra loro anch’io: ho concluso al decimo posto di tappa e terminato il Giro al quinto posto in classifica generale. Dietro di me in classifica, quarto, alla partenza c’era il mio compagno di squadra, il vicentino Maule. Lo vidi fermarsi, stremato dalla fatica e ritirarsi. Fu caricato dall’ammiraglia tra i panini e le maglie di ricambio ed in macchina salì sino in cima».

E lei sotto la neve in bici?

«Sì arrivai decimo nella tappa ma, con mia grande sorpresa, davanti a me anche Maule che, evidentemente, ad un certo punto scese dall’auto e terminò gli ultimi tornanti con la bici... Erano davvero altri tempi».

Non c’era il Gps per monitorare i corridori. Quale tra le sue vittorie ritiene essere stata la più prestigiosa?

«Non c’è dubbio. Il Gran Premio delle Nazioni a cronometro, quello del 1959. Riuscii a battere in Francia, per 4 secondi, un grande specialista delle prove contro il tempo. Al Parco dei Principi di Parigi, nel G.P. delle Nazioni, negli ultimi chilometri riusciì a recuperare lo svantaggio su Roger Riviere per soli quattro secondi sull'ex recordman dell'ora. Il francese non riusciva a capacitarsi della sconfitta».

Nel 1973 riesce a far ingaggiare nella formazione della Filotex i suoi tre fratelli, Enzo, Diego e Francesco: la favola dei quattro fratelli in bicicletta dura lo spazio di una stagione. Cosa è cambiato nel ciclismo da allora?

«E’ certamente molto più globalizzato. Il ciclismo era per lo più europeo, ora è mondiale. Il movimento è allargato a popoli che quel tempo non avevano nemmeno idea di cosa volesse dire correre in bici. Di converso è molto più specializzato: nessuno corre più da febbraio ad ottobre, tutte le gare. Si scelgono gli obiettivi, si preparano con cura. Una volta invece le squadre ti volevano al via di ogni gara».

La saga della vostra famiglia dura ormai da 60 anni. Il testimone dei Moser è passato ora nelle gambe di Ignazio figlio del Checco, e di Moreno, figlio di Diego. Come vede i suoi nipoti?

«Credo che abbiano i numeri per fare bene, per una bella carriera. L’incognita è una sola? Avranno voglia di fare la vira dei corridori, con tutti i sacrifici? Senza non si fa nulla...»













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