Finocchiaro: «Il numero chiuso? Giusto ripensarlo» 

Il manager ieri a Trento per il primo cda: «Il Trentino è un sistema d’eccellenza, si deve stare al passo di Paesi più veloci nel rapporto tra accademia e industria»  


di Sandra Mattei


TRENTO. «Ho trovato una realtà coesa ed un’Università di eccellenza a livello nazionale ed internazionale. Lo dico con lo stupore di un bambino e con una percezione di Trento come un’Università molto legata al territorio. Quando ho parlato dell’Ateneo e dei suoi centri di ricerca, dall’Fbk al Cibio alla Mach, non ho sentito che parlarne come una realtà di altissima qualità, la percezione che c’è di questa provincia è più porsitiva di quanto voi forse ve ne rendiate conto». Esordisce così il nuovo presidente Daniele Finocchiaro, nell’incontro di ieri in occasione della sua prima partecipazione al cda dell’Università di Trento.

Daniele Finocchiaro, 51 anni, è stato nominato dalla giunta provinciale il 12 ottobre, con parere positivo del comitato per le nomine, formato da Sabino Cassese, Nadio Delai e Paolo Grossi e succede ad Innocenzo Cipolletta, alla guida dell’Ateneo per ben 15 anni. Palermitano di nascita, laureato alla Bocconi, è stato presidente e ad di GlaxoSmithKline ed ha un’esperienza nel campo della farmaceutica e della ricerca dirigendo un centro ricerche e tre stabilimenti con oltre 5 mila persone e 1.700 milioni di fatturato ed ha ricoperto incarichi di vicepresidente Farmindustria e vicepresidente Confindustria Verona.

Lei viene dal mondo dell’industria, in che modo intende portare la sua esperienza per incentivare il rapporto tra ricerca e sviluppo economico?

Il Trentino è un territorio che ha saputo coniugare la ricerca accademica con quella industriale. Sono due facce della stessa medaglia perché ricerca di base, innovazione e sviluppo devono andare insieme. Si deve poi migliorare il rapporto di cerniera tra accademia ed industria, io l’ho saputo fare nelle esperienze pregresse e spero di poterlo fare anche qui, perché bisogna parlare lo stesso linguaggio, per lo sviluppo del territorio.

Che impressione ha avuto del Trentino e che cosa l’ha colpita in particolare?

Ero abituato a vivere in grandi città, sono stato anche a New Delhi, per chi ha vissuto una vita negli aeroporti di Londra, New York, poter godere di questo paesaggio meraviglioso, che vedo prendendo il treno da Verona a Trento è un grande salto di qualità della vita. Sappiamo che Trento è un territorio d’eccellenza, ai vertici di tutte le classifiche per qualità della vita in assoluto, non solo in Italia ma nel mondo. Lo dico sinceramente. Mi ha colpito molto il senso di comunità e di come l’Università sia riuscita ad essere parte integrante del territorio: vedo l’Università come un tessuto connettivo della comunità, nella quale la ricerca è un elemento strategico, perché se si perde competitività in un mondo dove tutto viaggia veloce, si rischia di fallire.

L’Università di Trento in passato, sotto la presidenza di Enzo Perlot, già ambasciatore in Germania, ha puntato di più al mondo tedesco. Lei in che direzione intende guardare?

Penso che l’Università debba dormire a Trento, ma vivere nel mondo quindi non penso che il mondo sia soltanto di un ambito o di una geografia, ma che ci siano opportunità ovunque. Dobbiamo fare rete e la rete di piccoli globalismi è quella migliore: guarderò perciò a dove ci sono altre eccellenze, dove ci sono gli stessi valori che ci uniscono.

La sua nomina è avvenuta alla scadenza della giunta provinciale guidata dal centrosinistra. Le elezioni hanno cambiato la maggioranza di governo: crede che ci saranno dei problemi?

La carica in realtà mi è stata proposta mesi fa, ma mi sono preso del tempo per fare una scelta il più possibile accurata. Io rispondo a me stesso ed ai miei valori, rispetto i rapporti con l’istituzione e non guardo il colore politico, chiunque abbia una carica istituzionale.

Negli ultimi anni si è discusso sulla necessità di rivedere il numero unico per gli accessi ad alcune discipline. Lei è a favore?

Ammetto dalla mia esperienza in Confindustria che c’è molta preoccupazione per la difficoltà di reclutamento di alcune specialità, come gli ingegneri. Si è stati costretti perciò a attingere anche a quelli fuoriusciti dal Politecnico. Sono per la selezione, ma sono per quella basata sul merito e non penso sia giusta quella in ingresso. Perciò sono d’accordo che ci sia la necessità di rivedere il numero chiuso per alcune discipline.

Speranze e timori per i prossimi sei anni?

La mia unica preoccupazione è che l’Università, il sistema - territorio tenga il passo con altre realtà che potrebbero andare più veloci perché hanno condizioni ambientali più facili. Mi riferisco a tutte le attività di programmazione della Cina, dell’India, degli Stati Uniti: sono molto più veloci dell’Italia nel fare dei piani strategici come sistema Paese, noi siamo più lenti e quindi ben vengano i piani strategici dentro l’Università. Questa è l’unica preoccupazione: che la competizione fuori è velocissima e la speranza è riuscire a stare dentro questa competizione.

Domani in piazza Duomo ci sarà la cerimonia per 530 laureati. Lei ci sarà?

È un punto dolente: purtroppo devo fare parte di una delegazione italiana al posto di Boccia, per un bilaterale in India a cui sarà presente anche il presidente Conte. È un impegno preso da tempo, ma ci sarò senz’altro il 14 novembre, all’inaugurazione dcell’anno accademico.













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