Clandestini riconoscono figli non loroper avere il permesso di soggiorno

Uomini stranieri irregolari in Trentino si presentano all'Anagrafe e autodichiarano la paternità di neonati dopo aver preso accordi (e a volte anche dietro pagamento di denaro) con ragazze madri: in questo modo ottengono il permesso o evitano l'espulsione



TRENTO. Una volta si aggirava la legge con i finti matrimoni. Lui clandestino, lei italiana (o il contrario) si giuravano eterno amore sapendo che in realtà era solo un escamotage per arrivare al permesso di restare in Italia. Poi la legge ha chiuso alcuni «buchi» che permettevano queste unioni d’interesse, ma si è subito trovato il modo di aggirarla e di giungere comunque al traguardo: uscire dalla clandestinità. Ora utilizzano i bambini e quindi la strada del ricongiungimento famigliare.
Succede anche a Trento. Fino ad ora i casi sono pochi, almeno quelli conosciuti. Non essendoci reati, infatti, non è possibile avere dati certi su questo fenomeno. Il meccanismo è veloce e all’apparenza perfettamente legale. Le condizioni di partenza sono queste: un clandestino alla ricerca di un modo per regolarizzare la sua posizione e una ragazza madre, in attesa di un figlio senza un padre dichiarato o comunque partecipe o interessato alla gravidanza.
Fra i due c’è un accordo e così quando il piccolo nasce, l’uomo si presenta all’ufficio anagrafe del Comune competente per riconoscere il neonato. Si tratta di un’autocertificazione che viene così accettata. In questo modo lui diventa padre di un italiano e quindi può avviare le pratiche che portano al ricongiungimento familiare e di conseguenza al permesso di soggiorno. Nessuno può obiettare alla dichiarazione dell’uomo. O meglio solo la madre potrebbe farlo. È anche possibile che lei stessa abbia ricevuto un aiuto economico in cambio del «permesso» di riconoscere il neonato. C’è stato anche chi, in questo modo, si è salvato dall’espulsione. L’immigrato, infatti, ha fatto ricorso al giudice di pace per il decreto di espulsione spiegando di essere in attesa del riconoscimento del suo diritto al ricongiungimento famigliare. Fatte le verifiche, risultava aver dichiarato in comune la sua paternità e questo gli ha permesso di restare in Italia. La polizia è incappata in qualche caso di «sospetta» paternità, ma nessun atto è irregolare. O meglio, la dichiarazione di paternità, se non effettiva, sarebbe un falso, ma per smascherarla servirebbe un test del dna. E questo può essere ordinato solo dai magistrati e solo ravvisando un qualche reato.
Diverso era il discorso con i matrimoni. In quei casi le forze dell’ordine riuscivano ad intervenire dimostrando che l’unione era semplicemente finalizzata ad arrivare alla cittadinanza e quindi che l’amore dichiarato era fasullo.

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