Cinquecento sinti tra lacrime e musica per l’addio a Held

Don Rodolfo Pizzolli: «In paradiso saremo tutti fratelli» Il corteo funebre paralizza via Rosmini per un’ora


di Luca Marognoli


TRENTO. Dolore e gioia, lacrime e sorrisi, imprecazioni e baci. Musica, tanta musica: dall’“Ave Maria” di Gounod ad “A chi” di Fausto Leali, dalle canzoni evangeliche e della tradizione sinta a “My Way” di Frank Sinatra nella versione dei Gipsy Kings. Commozione. Chitarre e violini che passano di mano in mano. Un coro di voci che cantano senza quasi interruzione. Gole secche a forza di ballare, casse di birra scolate in memoria di lui, Armando Held, il 52enne rimasto vittima di un incidente stradale sabato, alla Vela, mentre in sella a uno scooter cercava di seminare l’auto guidata dalla donna a cui aveva strappato di mano la borsetta. E ancora fiori, fiori coloratissimi sulla bara, dentro e fuori dalla chiesa di San Giuseppe: per terra più di trenta cesti di piante variopinte che serviranno poi a disegnare un tappeto di petali sull’intero tragitto del corteo funebre, che paralizzerà per un’ora almeno via Rosmini e via Perini. Più di 500 persone, fra parenti e amici giunti da tutta Italia, ad abbracciarsi, baciarsi, gridare a squarciagola il suo nome e quell’esclamazione “Yeppa!” che lo aveva reso famoso tra la sua gente. La stessa esclamazione che compare sullo striscione che apre il corteo, sotto la scritta “Pavo il numero 1”.

Un funerale sinto, eccentrico come si prevedeva alla vigilia ma senza petali lanciati dall’elicottero, sembra per la mancanza dell’autorizzazione da parte delle autorità locali. «Non vogliamo che i giornali scrivano: un funerale in stile Casamonica», dice la sua uno dei partecipanti alle esequie. Che aggiunge: «Non scrivete però neanche cose xenofobe come dicono certi politici su di noi. Armando è morto in un modo molto brutto».

Manca mezz’ora alle 14, ora di inizio della cerimonia, e un centinaio di persone si assiepano attorno alla bara: c’è chi canta, chi balla, chi piange accarezzando il cofano di legno. C’è fermento: un chitarrista concorda con il parroco l’esibizione sua e di un violinista a metà cerimonia. Quasi nessuno siede tra i banchi: tutti cercano il contatto con “Pavo”, consolano i suoi numerosi familiari, asciugando loro le lacrime e lanciando nuovi “Urrà!”, “Numero uno!”, “Yeppa!”. I canti vengono sospesi solo quando don Rodolfo Pizzolli, parroco e responsabile della pastorale sociale della Diocesi, inizia la funzione. Ma è una messa anomala: i familiari più stretti siedono accanto al feretro, in cima alla navata centrale: tutt’intorno le persone si chiudono a cerchio con le braccia sulle spalle l’uno dell’altro. Qualche bambino corre inseguito dalla mamma. Il resto della chiesa è semivuoto: molti attendono all’esterno.

Fratellanza e rispetto del prossimo sono al centro dell'omelia, che parte dalla precarietà della vita terrena («basta una piccola distrazione ed essa finisce») per invocare quella eterna dell’abbraccio divino dopo la morte, che può venire da un momento all’altro, come dice nel Vangelo Matteo: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora”. Don Rodolfo cita la prima lettura dal libro dell’Apocalisse, dove l’apostolo Giovanni «ci parla del paradiso come della terra nuova dove noi finalmente vedremo che tutto è bello, dove ci sarà un profondo rispetto fra le persone, non ci sarà un popolo contro un altro popolo, ma tutti saremo veramente fratelli e sorelle». «Armando ha affrontato la vita con gioia, sapendola trovare assieme alle persone», aggiunge il sacerdote, che cita più volte l’onestà richiesta al cristiano e conclude dicendo: «Ricordate che il bene produce altro bene, il male tanto altro male». Poi la bara viene issata sulle spalle da una decina di persone. Fuori dalla chiesa la folla si accalca come ad un matrimonio. Quando esce parte la musica a ritmo quasi da discoteca. Scoppia l’applauso. E il grido: “Yeppaaa!”.













Scuola & Ricerca

In primo piano