«L’edilizia farà da traino all’economia perginese» 

L’intervista. Il presidente degli artigiani dell’Alta Valsugana: «È il settore ripartito meglio,  chi ha attività rivolte alla persona fatica, mentre la meccanica soffriva già prima del lockdown»


Paolo Silvestri


Pergine. Furgoni in movimento, cantieri con maestranze all’opera, negozi di parrucchieri ed estetiste nei quali stanno entrando clienti. Insomma, da qualche settimana il (quasi) normale ordine delle cose sembra essere tornato. Ma è così? Il mondo dell’artigianato a Pergine e in Alta Valsugana si è messo davvero in moto? La domanda che in molti si stanno ponendo la giriamo al presidente dell’Associazione Artigiani dell’Alta Valsugana, Stefano Debortoli.

Presidente, come vede la ripresa di aziende e imprese del vostro settore?

Il nostro è un sistema molto variegato. C’è l’edilizia che si è rimessa in modo. Nel nostro settore gli incentivi per chi fa dei lavori sono interessanti anche se al momento non chiari. Mi riferisco alle detrazioni fiscali del 90 e 110 per cento i cui meccanismi non sono definiti rispetto a quando stabilito nei decreti. La nostra filiera è però si sta muovendo. Fa certamente più fatica l’artigiano che svolge attività rivolta alla persona. Mi riferisco a parrucchieri ed estetiste. Il lockdown li ha bloccati completamente e anche dopo la riapertura l’attività non è ripresa con, il ritmo che aveva prima. Ma si è tornati a lavorare e questo è positivo. Chi invece fatica ancora è il settore della meccanica. Ma le difficoltà c’erano anche prima del lockdown. La speranza in questo caso è che la ripresa dell’edilizia faccia da traino. Se noi lavoriamo abbiamo bisogno di materiali e macchinari e questo può far tornare alla produzione anche il settore meccanico.

Ci sono poi i contributi. E qui il discorso appare piuttosto controverso.

Iniziamo dai contributi per ridare liquidità alle imprese. Soltanto una su 4 ha ricevuto risposte e non sempre è stata positiva. Nonostante la garanzia dello Stato non è stato concesso il contributo perché chi lo chiedeva aveva una situazione economica particolare. La soluzione la vedo piuttosto lontana.

E per gli altri contributi?

Per quello che riguarda quelli statali, per usare una definizione educata, direi che sono insignificanti. Quelli provinciali invece hanno un problema: il modulo per chiederli è farraginoso, complicato, impegnativo per un artigiano che fatalmente deve mettersi nelle mani di un commercialista che gli chiede duecento, trecento euro per completare la pratica. Se pensiamo che poi arrivano 3 mila euro e su quelli ci devi pagare pure le tasse, parliamo di 1.500 euro. Diciamo che è meglio di niente.

C’è preoccupazione nel guardare al domani?

C’è sia per l’attività in generale sia per un possibile ritorno del virus che avrebbe conseguenze gravissime. Direi che il settore edile è quello al momento sembra poter avere buone prospettive di lavoro. Diciamo che il mio è un moderato ottimismo.

Solo moderato?

Diciamo che il lockdown ha messo in risalto cose diverse. Nel senso che ha accentuato alcuni sentimenti, da una parte l’amore, la voglia e la necessità di aprirsi agli altri, dall’altra il timore, la pausa, finanche l’odio.

E gli artigiani in questo contesto come si pongono?

Tra quelli che si aprono agli altri. Il lockdown ci ha insegnato che i tempi sono cambiato. E tanto anche. Non c’è più spazio per la Valsugana e per il Trentino di un tempo, che risparmiavano. C’è bisogno di un valsuganotto che spende. Gli artigiani hanno voglia di fare, di mettere in modo una filiera che è possibile far girare bene. I soldi ci sono ancora per farlo. E’ necessario che i soldi finiscano nell’economia reale, nelle imprese che poi hanno bisogno dei materiali e dei macchinari per lavorare, i suoi addetti vanno al ristorante a pranzare, che passano al bar per il caffè. Davvero l’edilizia in questo senso è il traino. Di tutto e per tutti.













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