L'intervista

Günther Steiner, da Merano  ai piani alti della Formula 1 

Da meccanico a team principal. I primi passi in un’officina in città, poi il salto, chiamato da Niki Lauda in persona alla Jaguar Racing. Il padrino della Haas fa un bilancio di una carriera sui circuiti mondiali


Jimmy Milanese


MERANO. I suoi genitori gestivano una macelleria in via Ugo Foscolo, ma lui da sempre aveva una passione per i motori, tanto da convincere il padre a portalo sui tracciati della Bolzano – Mendola ad assistere alle gare di rally. Poi, un giorno, quando era ancora studente universitario di ingegneria, Günther Steiner viene chiamato come meccanico in Belgio nel team della Mazda Rally. Dopo quella prima esperienza, qualche anno ancora nel campionato del mondo del rally come Technical Manager della Jolly Club e poi la chiamata di Niki Lauda che proietta il meranese ai vertici della Formula 1: prima con la Jaguar, poi con la Red Bull e ora alla Uralkali Haas F1 Team, dove il meranese è Team Principal. A pochi giorni dal via al Campionato del mondo di F1, Steiner racconta come si entra nel ristrettissimo cerchio dei direttori di un team di Formula 1.

Günther Steiner: da Merano ai vertici della Formula 1, passando per?

Tante diverse esperienze. Sono nato e cresciuto a Merano, dove i miei genitori avevano una macelleria in via Foscolo. A Merano ho svolto il mio apprendistato da meccanico, poi sono partito per il militare, dopo di che ho frequentato l’università, anche se non mi sono mai laureato.

Cosa è successo?

È arrivata una occasione e sono partito per il Belgio quando avevo solo 21 anni. Lì ho avuto le mie prime esperienze con le macchine da rally. Dopo due anni sono tornato a Merano – a dire il vero andavo e venivo da mMrano – ma nel 1996 mi sono prima trasferito in Inghilterra e nel 2006 negli Stati Uniti, dove ho la residenza e la mia azienda. Sono amministratore delegato della Compositefactory con sede a Mooresville nella Carolina del Cord: una città di circa 40 mila abitanti, all’incirca come Merano.

La città delle leggende della Nascar e dove ha il suo quartier generale anche Michael Jordan: senta, ogni tanto torna a Merano?

Dieci giorni fa ero a Merano! A Natale però torno sempre in città. Purtroppo, per via della pandemia quello passato è stato il primo Natale che non ho potuto passare a Merano, altrimenti ci torno spesso. Soprattutto in estate, quando per un mese e mezzo mi riposo in riva al Passirio con tutta la mia famiglia.

Chi le ha trasmesso la passione per i motori?

Forse l’ho sempre avuta, non so chi me l’abbia trasmessa. In Alto Adige questo non è uno sport molto praticato, ma ho sempre avuto molta curiosità. Chiedevo a mio padre di portarmi a vedere la Merano - Mendola o la Trento - Bondone. Da lì è nata questa passione per le macchine da corsa che mi sono portato dietro. Posso dire di essere stato fortunato a trovare lavoro in questo settore.

È leggenda o corrisponde al vero che alla Jaguar la chiamò Niki Lauda in persona?

Sì, è vero, in Jaguar mi chiamò Niki Lauda. Lo conoscevo di nome ma non di persona. Lavoravo nei rally, un giorno mi chiamò la sua segretaria perché Niki voleva parlarmi. Dovevo comunque passare per Vienna, alla fine abbiamo cenato assieme. Nel corso di quella serata mi offrì un posto alla Jaguar Racing, che lo aveva appena nominato direttore per la stagione di formula 1. Ho iniziato a lavorare per lui, siamo diventati amici e sempre rimasti in contatto, anche quando era in ospedale. Nel corso della mia carriera, Niki mi ha sempre aiutato. Lui mi ha lanciato in Formula 1: Lauda è stato il mio padrino.

Lei ha avuto anche una esperienza in Nascar. Quali sono le differenze rispetto alla Formula 1?

Sì, nel 2006 sono andato negli Stati Uniti per aprire la squadra Nascar di Red Bull e alla fine mi sono trasferito lì, dove ancora oggi ho la residenza. Le differenze sono parecchie, nel meglio e nel peggio. Un’esperienza molto utile, quella alla Nascar, dove lo spettacolo conta più della tecnologia.

Quindi, nel 2014 Lei approda alla Haas: possiamo dire che è una sua creatura?

Direi che sono il padrino della Haas. A Mooreville, mentre ero concentrato ad aprire la mia azienda, avevo capito che si sarebbe potuta materializzare l’occasione di tornare in Formula 1. Era il 2009, un periodo di crisi per il circus con l’uscita dal mondiale di Bmw, Toyota e Honda. C’era una squadra americana che voleva entrare in f1 ma alla fine non ce l’aveva fatta e lì mi è venuta l’idea di trovare un investitore americano per provarci io. Ho messo insieme un Business plan e girato per capire se qualcuno avrebbe potuto finanziare un’avventura come quella. Oltre a Gene Haas, mi ha aiutato anche Stefano Domenicali, oramai bolzanino anche lui ed attualmente presidente della Formula 1. Con stefano siamo amici da tanto tempo: a lui devo la collaborazione di Ferrari con la mia scuderia, vista la sua disponibilità a finanziare la macchina.

Un bilancio di questi primi anni con la Haas?

All’esordio in Australia nel 2016 ci piazzammo sesti con un pilota, ma i primi anni sono stati difficili. Quinti nel campionato costruttori 2018, sfiorando diverse volte il podio: una cosa eccezionale. Nel 2019 sono cambiati i regolamenti e abbiamo commesso un errore, mentre l’anno scorso per noi è stato molto difficile per via della pandemia. Il signor Haas non era sicuro di andar avanti anche per via della mancanza di finanziamenti. Con diverse operazioni sono riuscito a rimettere a posto il team e per il futuro sono ottimista.

Lei ha dichiarato che questo però sarà un anno di transizione: come mai?

Ci siamo resi conto che non avrebbe senso sviluppare una macchina solo per questa stagione, in quanto dalla prossima cambieranno drasticamente i regolamenti. E' da dicembre che siamo ripartiti con un progetto che guarda al nuovo regolamento tecnico e finanziario. Da febbraio stiamo sviluppando la macchina del 2022, ma nel frattempo la nostra struttura tecnica si è molto ridotta. Ci sarà un tetto per la spesa di tutti i team che avvicinerà le prestazioni. Non potrà succedere che un team possa spendere tre volte il nostro budget.

Nella Formula 1 conta più il fattore tecnico/economico o quello umano ha ancora un certo peso?

Il top è una combinazione dei due. Ma i tecnici e i piloti bravi vengono da te se li paghi bene.

Oltre al debuttante russo Nikita Mazepin, quest’anno dal team vicentino Prema Powerteam con voi è arrivato Mick Schumacher: una promessa?

La voglia di fare c’è, in fondo lui è il campione in carica di f2. La Formula 1 però è un altro livello. L’ho visto nei test: la massima serie non è solo saper guidare, ma anche imparare a gestire la tecnologia, contribuire allo sviluppo della vettura, parlare con la stampa. La Formula 1 è un mondo completamente su un altro pianeta, in pochissimo passi da 0 a 100 chilometri orari. Abbiamo preso giovani piloti perché questo è un anno di transizione e così i ragazzi avranno tempo di imparare. Il successo lo misureremo dopo una stagione: cercheremo di capire quanti errori in meno saranno stati capaci di commettere e in che modo saranno riusciti a spiegare agli ingegneri come vogliono settare la vettura. Sarà difficile fare punti ma contiamo di accumulare esperienza.

Ragazzi di vent’anni che dovrà aiutare a gestire una pressione enorme.

Assolutamente. Oggi ci sono tantissime pressioni, perfino coi social media. I ragazzi hanno vent’anni e un talento da gestire. In f2 l’anno scorso c’erano tantissimi bravi piloti, al punto che tre di loro hanno fatto il salto in formula 1. Vedremo.

Se al compimento dei suoi vent’anni le avessero detto: «Günther, diventerai Team Principal in Formula 1»?

Non ci avei creduto, ma non sono mai partito con l’idea di diventarlo. Ho lavorato e le cose sono accadute, credo perché ho fatto un bel lavoro. a vent’anni avevo altre idee, ma il segreto per avere soddisfazioni e sempre quello: volontà e lavoro.

Le possiamo strappare una promessa: portare una macchina di Formula 1 in piazza Teatro?

In piazza Teatro? Certo. Se ci vogliamo provare, allora ci riusciamo sicuramente. Prima però vediamo chi diventa sindaco e se ci darà una mano a realizzare questa idea.













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