Palio della Quercia, Donato stella azzurra «Grato a Rovereto»

Medaglia di bronzo nel salto triplo ai Giochi di Londra, il pontino spiega il momento delicato dell’atletica azzurra

di Maurizio Di Giangiacomo

ROVERETO. Unica medaglia dell’atletica azzurra ai Giochi di Londra, Fabrizio Donato, è la stella più luminosa del Palio della Quercia di questa sera, anche se accantonerà il triplo per esibirsi nel salto in lungo. Un giusto diversivo, nella lunga tournée post-olimpica che recentemente ha visto il 36enne di Latina imporsi a Zurigo (17,29) e Padova (16,84). Il portacolori delle Fiamme Gialle ha raggiunto Rovereto già nel primo pomeriggio di ieri, perché il Palio della Quercia, per lui, non è una gara qualsiasi. «Ci sono stato tante volte – dice – qui a Rovereto ci sono persone che hanno sempre dimostrato la loro stima nei miei confronti, gareggiare questa sera è anche una maniera per ricambiare la loro fiducia».

Donato, in questi giorni sta raccogliendo applausi, ma anche i frutti del duro lavoro pre-olimpico.

«Certo, ma la cosa più bella è l’affetto della gente, le belle parole degli appassionati – spiega il triplista azzurro – Qualcuno mi ha racconta di aver pianto per la mia medaglia di bronzo, questa è la cosa più gratificante, queste sono le emozioni che l’atletica deve riuscire a trasmettere».

Il bronzo di Londra ha spazzato via anche gli acciacchi?

«Nell’ultimo mese prima dei Giochi ho fatto davvero un po’ di fatica: prima i dolori alla schiena, poi quelli al tendine d’Achille, ho dovuto modificare il programma e questo è un grosso rischio per un atleta. Avevo perso qualche sicurezza, ma in gara ho ritrovato fiducia ed in finale forse avrei potuto fare anche qualcosa di più».

A Rovereto è in qualche maniera legato?

«Al Palio della Quercia sono venuto diverse volte, mi sono sempre trovato abbastanza bene, anche per quelle tribune così vicine alla pedana e per il pubblico caloroso».

Lei sarà la stella azzurra più luminosa, da certi punti di vista l’unica. Cosa succede alla nostra atletica?

«Il movimento non attraversa il suo momento migliore, la crisi economica ci mette del suo, ma siamo stati anche sfortunati. Senza i problemi di Andrew Howe, Antonietta Di Martino e quell’altro brutto caso di cui non voglio nemmeno parlare, a Londra avremmo potuto raccogliere sicuramente di più. Ma io continuo a vedere tanti ragazzi che vogliono emergere, non solo miei colleghi».

Quindi, se le vocazioni non sono in crisi, di chi è la colpa?

«Mancano sicuramente risorse per lavorare a livelli di eccellenza e per dare tranquillità agli atleti. I tecnici ci sono, ma sono poco gratificati».

Si tira in ballo spesso la necessità di riportare lo sport nelle scuole.

«Sarebbe importante, è una buona pratica che è andata persa negli ultimi anni, la crisi porta anche a questo. Dai Giochi della Gioventù qualche atleta usciva. Le Fiamme Gialle continuano ad andare nelle scuole e posso assicurare che l’interesse da parte dei giovani c’è, basterebbe organizzarsi».

Torniamo a lei. Con quella medaglia al collo, dall’alto dei suoi 36 anni riesce a vedere fino a Rio 2016?

«Mi piacerebbe tanto poter dire di sì. Io sono uno che vuol fare le cose in grande, ma bisogna anche essere realisti, la carta d’identità parla chiaro. Ragionerò anno per anno: nel 2013 ci sono Europei indoor e Mondiali, la medaglia iridata è quella che mi manca. Poi vedremo il da farsi».

Peraltro, lei un erede ce l’ha già...

«Certo, Greco, ma ci sono anche Chiari e altri ragazzi interessanti – conclude Donato – In Italia c’è una buona scuola, non a caso ci chiamavano i cubani d’Europa».

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