scuola e ricerca

Elezioni, la lettera degli scienziati alla politica: «Date futuro alla ricerca»

In Italia nel 2022 si è speso in ricerca e innovazione lo 0,62% del Pil. Tra i firmatari del documento anche il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi



ROMA. «Date un futuro alla ricerca»: basterebbe passare dall’attuale 0,62% allo 0,75% del Pil per gli investimenti nella ricerca scientifica per dare una svolta strutturale al settore nel nostro Paese, dando un futuro a tanti giovani e garantendo l'innovazione del nostro Paese.

Lo scrivono alcuni fra i più brillanti scienziati italiani, compreso il Nobel Giorgio Parisi, in una lettera rivolta ai leader politici, sollecitando una maggiore attenzione alle prospettive di sviluppo che la ricerca scientifica può offrire all'Italia. L’investimento, si legge, sarebbe di 10,4 miliardi dal 2023 al 2027.

«Siamo un gruppo di scienziati e scienziate che ritiene che il futuro del nostro Paese dipenda in modo rilevante dalla qualità, dalla quantità e dalla capacità di programmare la ricerca scientifica e con essa il futuro e il ruolo delle università e degli enti di ricerca» si legge nella lettera inviata ai leader dei partiti e firmata da 14 scienziati, fra i quali i fisici Ugo Amaldi, presidente della Fondazione Tera, Luciano Maiani della Sapienza Università di Roma, e Lucia Votano dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

Alcuni dei firmatari sono anche i promotori del Programma quinquennale della ricerca, il documento inviato alle forze politiche come vademecum che, oltre al finanziamento di 10,4 miliardi nel periodo 2023-2027, contiene indicazioni strategiche, come aumentare il numero di ricercatori, dando loro sicurezza per futuro e strumentazioni adeguate, finanziare solo progetti di qualità e rendere più meritocratici i criteri di assegnazione dei fondi.

Era di Amaldi e Maiani anche il documento del 2020 e anche allora l'obiettivo era portare il finanziamento per la ricerca in Italia allo 0,75%. Da allora si sono susseguiti gli appelli per garantire alla ricerca italiana fondi che le permettano di vivere in buona salute, garantendo innovazione e sviluppo del Paese.

Oltre ai 14 promotori di questi appelli, recentemente è sceso in campo anche il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, che in una lettera aperta ai partiti ha rilevato la necessità di avere in Italia più fondi e ricercatori, una migliore governance e un maggiore impegno per la diffusione della cultura scientifica.

«Una volta terminati i fondi del Pnrr cosa succederà? Che fine faranno i progetti iniziati? Come saranno finanziate, nel frattempo e successivamente, le ricerche non considerate dal Pnnr?», si legge nella lettera ai leader politici, inviata anche alle Commissioni Cultura di Camera e Senato.

Tra i firmatari ci sono anche gli immunologi Alberto Mantovani, della Humanitas University di Milano, e Angela Santoni della Sapienza, la bioeticista Cinzia Caporale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr).
«Se dopo il Pnrr non si continuerà a investire nella ricerca, si rischia di tornare ai livelli del 2011», quando si superava appena lo 0,50% del Pil, ha detto Amaldi.

La posta in gioco è alta: «Siamo convinti - ha rilevato Amaldi - che, anche in momenti di gravi crisi, una politica saggia debba essere lungimirante e preoccuparsi di quanto accadrà tra 10-20 anni ai giovani, all'innovazione e al futuro, specie se gli investimenti sono esigui rispetto alle altre tante spese che la situazione di crisi richiede».

















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