LA MOSTRA

Sulle tracce dell'esplorazione fra i ghiacci di un secolo fa, ai piedi del K2

Al Museo storico italiano della guerra di Rovereto, fino al 13 settembre, “Karakorum 1929: L'impresa sospesa”, dedicata alla spedizione geografico-scientifica che nel 1929 partì dall’Italia per raggiungere il ghiacciaio Baltoro. Quelle lontane e precise rilevazioni permettono oggi ai glaciologi di fare valutazioni dettagliate sui cambiamenti climatici

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FABRIZIO TORCHIO


Il 2 febbraio 1929 una spedizione geografico-scientifica lasciò l’Italia diretta a Mumbay (l’allora Bombay), proseguì fino alla regione del Karakorum e raggiunse il ghiacciaio Baltoro ai piedi del K2.

La guidava il duca di Spoleto, Aimone di Savoia-Aosta, giunto in quella parte dell’Himalaya sulle orme dello zio. Vent’anni prima, infatti, il duca degli Abruzzi - Luigi Amedeo - aveva cercato la via migliore per scalare la seconda vetta della terra: Chogo-ri per gli abitanti ai suoi piedi e K2 (Karakoram 2) nella sigla dell’Istituto topografico dell’India, allora britannica.

Se nel 1900 la spedizione di Luigi Amedeo aveva superato i 6.200 metri sul K2 e raggiunto i 7.493 sul Chogolisa, gli obiettivi della spedizione del ’29 non furono alpinistici ma esplorativi.

Per mesi i componenti del team (fra loro il geologo Ardito Desio, futuro capospedizione nel 1954) effettuarono rilievi topografici, misurazioni altimetriche, osservazioni scientifiche che permisero di redigere carte geografiche dettagliate, di esplorare versanti sconosciuti, di raccogliere campioni e mettere a punto una grande documentazione fotografica. Si aprì la via, quindi, alla spedizione che nel 1954 portò in vetta al K2, per la prima volta, Lino Lacedelli e Achille Compagnoni.

Spedizione per certi versi quasi “dimenticata”, quella del ’29 trova ora un importante riconoscimento postumo al Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto dove è allestita la mostra “Karakorum 1929: L'impresa sospesa”, curata da Francesco Frizzera, Nicola Fontana, Marco Leonardi Scomazzoni, Davide Zendri, Anna Pisetti e Christian Casarotto.

L’esposizione, come ci spiega il provveditore del Museo Francesco Frizzera, è nata da una donazione: al museo è stato offerto il fondo d’archivio di un partecipante alla spedizione: «Siamo stati contattati un paio di anni fa dal nipote di Giuliana Chiardola, figlia del topografo della spedizione Giuseppe Chiardola che, come alpino, aveva combattuto in Val di Ledro durante la Prima guerra mondiale».

Nativo di Ivrea, ingegnere e alpinista, Chiardola aveva studiato in Svizzera e aveva guidato la commissione italiana che batté i confini italo-austriaci, al termine della Grande Guerra, in vista della conferenza di pace.

«Esaminando il fondo - spiega Frizzera - ci siamo resi conto che Chiardola era molto più noto per aver partecipato alla spedizione in Karakorum del 1928-29 e che, soprattutto, il fondo conteneva materiale alpinistico, casse della spedizione, strumenti topografici, una relazione tecnica, un diario, un album con 600 scatti e altri 16 album della sua esperienza alpinistica. Si è deciso quindi di valorizzare questo fondo in linea con un percorso narrativo del museo che ci porta ora in pieno Novecento».

La mostra inquadra la spedizione nel momento storico in cui il regime di Mussolini si impegna con fini di propaganda a finanziare e a supportare trasvolate oceaniche, come quelle di Italo Balbo, e spedizioni di natura scientifico-esplorativa.

Due quelle previste nel 1928: la seconda trasvolata di Umberto Nobile al Polo Nord, con il dirigibile Italia, e la spedizione in Karakorum. Quando il dirigibile di Nobile si schianta sui ghiacci e si avvia la spedizione internazionale in suo soccorso, il regime blocca le attività alpinistiche della spedizione in Karakorum, temendo contraccolpi mediatici.

Il finanziamento per la spedizione arriva così dal Comune di Milano, in parte dal Club Alpino Italiano e dalla Società Geografica Italiana, che mette a disposizione soprattutto materiale tecnico.

L’obiettivo è di mappare l’intera area del Baltoro e quella a nord del K2, oltre i confini delle esplorazioni inglesi precedenti.

«La relazione degli italiani con il K2 - ricorda Frizzera - risaliva al 1890, con il primo tentativo al K2 di Roberto Lerco, e al 1909, con la spedizione del duca degli Abruzzi. Lo sforzo del 1929 produce i supporti cartografici che poi verranno utilizzati da Ardito Desio nel 1954.

La mostra - continua Frizzera - racconta attraverso le immagini le fasi di avvicinamento al Baltoro e il reclutamento di circa 400 portatori, una logistica non da poco che viene organizzata anche grazie all’esperienza militare: quasi tutti i componenti della spedizione hanno combattuto nella prima guerra mondiale».

Le immagini scattate da Chiardola e da Massimo Terzano (nella foto in alto una delle foto in mostra), che gira anche un filmato, restituiscono le difficoltà di attraversare i corsi d’acqua, di trasportare i carichi, di muoversi in quota.

«I componenti vengono poi ripartiti in piccoli gruppi che vanno ad esplorare le aree periferiche della regione. Chiardola è uno dei primi ad usare gli sci negli spostamenti - spiega Frizzera -, un portato della guerra in montagna sulle Alpi».

La spedizione supera passi di oltre 6mila metri, effettua rilievi e studi a quote fra i 5000 e i 6000 metri e i risultati scientifici vengono condensati in un corposo volume che verrà pubblicato nel 1936. In mostra ci sono poi attrezzature impiegate nella spedizione, scarponi, piccozze, casse, documenti…

«Con il Muse - aggiunge Frizzera - ci siamo permessi una piccola chiosa partendo dal fatto che questa rilevazione fatta nel 1929, con carte topografiche molto dettagliate, permette oggi ai glaciologi di fare delle valutazioni rispetto ai cambiamenti climatici.

Un po’ come se il ’29 fosse l’anno zero di misurazione dello stato dei ghiacciai, delle morene e del permafrost. I glaciologi misurano l’anomalia del Karakorum, dove fino ad alcuni anni fa non si registravano rilevanti fenomeni di arretramento dei ghiacciai.

Negli ultimi anni invece il ritiro è sensibilissimo, con la creazione di fragili laghetti e possibili collassi con rischi a valle. È il bacino che fornisce acqua al Pakistan e all’India, e queste rilevazioni permettono a chi si occupa di riscaldamento globale di esprimere delle valutazioni».

Le mappe del 1929 sono ancora di attualità.













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