Mattmark, 88 operai uccisi dalla valanga: fra loro 22 figli delle Dolomiti
Era il 30 agosto 1965 quando un'enorme slavina travolse le baracche dei lavoratori, posizionate proprio sotto a un ghiacciaio instabile. Erano in Svizzera per la costruzione di una diga, fra le vittime cinque trentini e 17 bellunesi: nel sessantesimo anniversario, una mostra interattiva rende loro omaggio al Museo delle migrazioni di Belluno
Era il 30 agosto 1965: una valanga dal ghiacciaio Allalin, in Svizzera, travolse il cantiere della Electrowatt, a Mattmark, cantone Vallese. Morirono 88 lavoratori che erano impegnati nella costruzione di una diga, la diga più grande d’Europa, nella valle di Saas: 58 delle vittime erano italiane e di loro anche 22 figli delle Dolomiti, cinque trentini e 17 bellunesi.
A sessant'anni da quella tragedia è visitabile la mostra immersiva “Mattmark, 30 agosto 1965: morti sotto il ghiaccio, vivi nella memoria”, da poco allestita al MiM Belluno, Museo delle migrazioni, negli spazi delll’Associazione bellunesi nel mondo in via Cavour 3.
Si tratta di un percorso fra documenti, immagini fotografiche, filmati e video-interviste a superstiti e familiari, attraverso il quale l'Associazione bellunesi nel mondo ha voluto rendere omaggio alla vittime di un disastro impunito e tenere viva la memoria di una tragedia, che come purtroppo molte altre, deve restare come monito contro le morti sul lavoro.
Esistono, fra l'altro, assonanze fra le dinamiche di quella tragedia e il Vajont, che meno di due anni prima devastò Longarone (Belluno) e dintorni facendo quasi duemila vittime.
Nel presentare l'esposizione, Il museo bellunese ricorda che cosa avvenne in quel drammatico pomeriggio di sessant'anni fa: «Ogni cosa sembrava procedere come sempre, almeno fino alle 17:15, quando in pochi istanti tutto cambiò. Una parte delle officine e degli alloggi dei lavoratori era posizionata sotto la lingua di un immenso ghiacciaio, l’Allalin, che già aveva lanciato qualche segnale.
Avvertimenti a cui, a quanto pare, non era stato dato peso. Fino a che, proprio quel 30 agosto, il ghiacciaio si mise in moto: un blocco di circa due milioni di metri cubi di materiale si staccò e cominciò una letale discesa che travolse tutto ciò che incontrò sulla propria strada, persone comprese».
La giustizia svizzera, alcuni anni dopo la tragedia, mandò assolti tutti gli imputati: quei morti andavano addebitati solo al destino cieco.
«Un dramma infinito, che rimase senza colpevoli», sottolinea infatti il museo bellunese: «I processi istituiti nel 1972 per accertare le responsabilità di quanto accaduto sentenziarono l’assoluzione di tutti gli imputati: la calamità non era prevedibile. Non solo. Ai famigliari delle vittime venne imposto il pagamento di metà delle spese processuali. Oltre al danno, la beffa».
Una mostra, spiegano i promotori, «per comprendere quanto accaduto dalla voce di chi c’era, dalle parole di chi in quella sciagura ha visto la propria vita cambiare. Testimonianza per tenere viva la memoria».
L'esposizione, corredata di catalogo, propone le testimonianze di sopravvissuti e familiari delle vittime: Armando Lovatel (Sospirolo), Giancarlo Casol (Belluno), Bianca e Maria Acquis (Belluno), Maria Teresa Fiabane (Sedico), Anchise Pinazza (Domegge), Osvaldo Montresor (Domegge), Thomas Burgener (Visp, Svizzera), figlio del giudice Eugène Burgener, che nel 1972 aveva concluso per la condanna per omicidio colposo di quattro responsabili della Elektrowatt, ma la sua linea processuale fu messa in minoranza. dichiarandoli responsabili di omicidio colposo.
Sulla tragedia è stato realizzato una decina di ani fa anche il bel documentario «Mattmark. Neve e ghiaccio», diretto da Marco Tagliabue e prodotto dalla televisione pubblica svizzera Rtsi.
Il documentario, girato anche nel Bellunese, alterna le storie di superstiti e familiari delle vittime, tra Italia e Svizzera, ponendo la luce sulle responsabilità dell’accaduto.
I cinque trentini uccisi dalla valanga furono Primo Appoloni (di Pieve di Bono), Ferdinando Degara (da Tiarno di Sotto), Costante Remon (la cui salma fu trovata solo due anni più tardi) e Ottorino Daldon (entrambi di Sagron Mis) e Gino Furletti (da Riva del Garda).
Così come le cinque vittime trentine della tragedia di cinquant’anni fa, anche i 17 bellunesi morti arrivavano da vallate diverse della provincia dolomitica: Cadore, Alpago, Feltrino, Valbelluna, valle del Mis.
Ecco i nomi delle vittime bellunesi, provenienti dalla provincia che registrò il maggior numero di lutti nella tragedia svizzera: Giancarlo Acquis, Belluno; Giovanni Baracco, Domegge di Cadore; Aldo Casal, Sospirolo; Fiorenzo Ciotti, Pieve di Cadore; Leo Coffen, Domegge di Cadore; Virginio Dal Borgo, Pieve d’Alpago; Lino D’Ambros, Seren del Grappa; Celestino Da Rech, Sedico; Silvio Da Rin, Domegge di Cadore; Arrigo De Michiel, Lorenzago; Igino Fedon, Domegge di Cadore; Mario Fiabane, Sedico; Pietro Lesana, Pieve di Cadore; Illio Pinazza, Domegge di Cadore; Rubelio Pinazza, Domegge di Cadore; Enzo Tabacchi, Pieve di Cadore; Giovanni Zasio, Sedico.
La mostra di Belluno prosegue fino al 31 dicembre 2025, è aperta dal lunedì al venerdì, con orario 9-12.30 e 15-18, ma anche di sabato (15-18) il 30 agosto, il 27 settembre, il 25 ottobre, il 29 novembre, e il 27 dicembre.
INFO
MIM Belluno, Associazione bellunesi nel mondo, via Cavour, 3, Belluno.
Telefono 0437941160, info@mimbelluno.it, www.mimbelluno.it.