ITINERARI

Le vette fassane nello sguardo dei pionieri, dal San Pellegrino al Buffaure

Il fascino infinito del paesaggio vide tra i primi esploratori Franz Dantone, classe 1839, emigrato in Germania e tornato nella vallata natìa con un apparecchio fotografico. Apripista come «divulgatore» delle Dolomiti, grazie anche ai premi ottenuti alle mostre di Innsbruck e Salisburgo, fu il primo gestore del rifugio Contrin, ai piedi della Marmolada

Malghe di confine: Boer e Col De Mez al passo San Pellegrino
Forte Dossaccio, balcone dolomitico e testimone della storia


FABRIZIO TORCHIO


Nel mondo impervio delle crode fassane, verso la fine dell'Ottocento e al principio del nuovo secolo, i pionieri della montagna non furono solo inglesi e tedeschi.

A Canazei, la strèda (via) Franz Dantone ricorda ad esempio un protagonista non comune di quel periodo di scoperta e «conquista», nato a Gries nel 1839, emigrato in Germania e tornato nella natìa valle di Fassa con un apparecchio fotografico e un nuovo mestiere.

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Franz Dantone, come Giovanni Battista Unterveger e inizialmente pochi altri, documentò il paesaggio della sua terra ladina, fissando nelle lastre i villaggi contadini del fondovalle, i ritratti dei valligiani, i campi ritagliati sui ripidi pendii, l'Avisio privo di argini, gli scenari dolomitici.

Dantone non si limitò alle valli, ma calcò i sentieri, i crinali, le cime stesse come Unterveger, prendendo parte fra l'altro ad una salita alla Marmolada, nel 1874, con la guida Antonio Bernard ed altri alpinisti.

Primo «divulgatore» delle Dolomiti, grazie anche ai premi ottenuti alle mostre di Innsbruck e Salisburgo, lavorò come muratore e carpentiere per il club alpino austro-tedesco nell'epoca della costruzione dei rifugi, diventando poi il primo gestore del «Contrin», ai piedi della Marmolada.

Dalle Torri del Vajolet alle Coronelle, dai Monzoni alla «regina», le immagini di Dantone ci possono ancora guidare ai «belvedere» prescelti al tempo per i panorami.

Oggi come allora, dai prati del passo San Pellegrino si staglia sempre il netto profilo dei Monzoni, con il crinale di rocce dalla Cima delle Vallate alla più solitaria Cima dell'Uomo, anche se i pascoli attorno all'antico ospizio sono diventati piste da sci e il valico stradale è tappa quasi obbligata del turista.

Dinanzi al passo San Pellegrino, e fra questo e la valle di San Nicolò, corrono i crinali della Costabella e di Cima Uomo; dal Passo di San Nicolò si aprono i crinali verdeggianti del Buffaure con le cime del settore del Colac.

Ma oltre al valico, sono molti altri i luoghi della «scoperta» dolomitica dei Monzoni, che tradizionalmente, insieme alla Vallaccia, si considerano nelle guide alpinistiche come un settore del più vasto gruppo della Marmolada.

Nella valle di San Nicolò

Seguendo la strada che da Meida sale alla testata della valle, agli oltre 1.800 metri di Ciampiè, gli scenari naturali si susseguono tra boschi e prati, fienili e tanti «belvedere» sul meraviglioso anfiteatro di vette.

Da malga Crocefisso l'escursione si snoda lungo la strada, il Col Ombert campeggia sullo sfondo, e per chi arriva alla testata della valle c'è la sorpresa possibile delle cascate.

La valle dei Monzoni

Nato a Strigno nel 1852, geografo e storico, Ottone Brentari pubblicò a Bassano del Grappa, fra il 1890 e il 1902, i volumi di una fortunata Guida del Trentino.

Dopo le descrizioni delle vallate, degli abitati e dei paesaggi, le montagne avevano un posto speciale come nel caso della «celebre valle dei Monzoni» (evidentemente ben nota anche allora), attraverso la quale - informava l'autore - «dalla valle di Pozza tutta prati e pascoli» si può salire al passo delle Selle e scendere al San Pellegrino.

Anche oggi, risalendo la valle da malga Crocefisso (da Meida per la val San Nicolò, parcheggio), per un buon tratto lungo la strada, all'uscita del bosco si spalanca lo scenario di cime con le Pale di Carpella, cima Malinverno, Punta della Vallaccia.

Oltre malga Monzoni, su di un dosso all'imbocco del sentiero che sale al Lago delle Selle, sorge il «cubo» in pietra del rifugio Taramelli, eretto dalla Sat nel 1904.

Nella celebre guida Odle Sella Marmolada (Cai-Tci, 1937), Ettore Castiglioni descriveva il Buffaure come «un lungo e bellissimo prato, in forma quasi di piatto valloncello, tutto tempestato di fiori e in posizione quanto mai romita e pittoresca, allietato dai piccoli gruppi di fienili di Buffaure di Sotto».

Il panorama era anche allora un leit motiv delle descrizioni: «La veduta della val San Nicolò e di tutta la catena della Cima dell'Uomo è bellissima e assai interessante».

Castiglioni descriveva le due ore di salita da Meida per la «larga mulattiera» e dalla val San Nicolò per il «comodo sentiero di guerra» per la val di Buffaure. Al belvedere del Buffaure, a 2080 metri, oggi si può salire con la cabinovia che parte da Meida, e la vista sui Monzoni è sempre bellissima.

[foto: vedute dal Col Margherita sul San Pellegrino, Zenone Sovilla]













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