L'impresa alpinistica del 1954 sul K2: il racconto dei figli dei protagonisti
Al Film Festival, sabato scorso, sono intervenuti alcuni familiari dei componenti della storica spedizione: ne abbiamo parlato con Roberto Mantovani, giornalista, fra i relatori all’incontro di Trento
CINEMA Messner: nel docufilm una delle più belle storie italiane del '900
LIBRO Tamara Lunger, dal dramma sul K2 al cammino in Mongolia
GALLERY K2, Messner indaga un capitolo controverso
Il 5 aprile del 1954, salpava dal porto di Genova la spedizione italiana, guidata dal geologo ed esploratore Ardito Desio e organizzata dal Cnr e dal Cai, diretta alla seconda montagna della Terra, il K2.
Il 31 luglio, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli furono i primi uomini a raggiungere la vetta, piantando nella neve le piccozze con il tricolore e la bandiera pakistana.
Per l’Italia, uscita da una guerra disastrosa meno di dieci anni prima, la «conquista» del K2 ebbe il sapore dell’orgoglioso riscatto.
La vittoria colta dalla squadra di dodici alpinisti e cinque ricercatori - oltre a Lacedellli e Compagnoni, gli scalatori erano Walter Bonatti, Ugo Angelino, Erich Abram, Mario Fantin, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Gino Soldà e Sergio Viotto, con il medico Guido Pagani - parve restituire il prestigio perduto ad un Paese che stava rinascendo sulle macerie del secondo conflitto mondiale.
Il K2, già tentato nel 1909 dalla spedizione di Luigi Amedeo di Savoia, divenne «la montagna degli italiani», dopo che, tra il 1938 e il 1953, si erano susseguiti tre tentativi americani.
Sabato 2 maggio, al chiostro degli Agostiniani di Trento, per il Film Festival, alcuni figli dei componenti la spedizione (i «figli del K2») hanno raccontato quanto «respirarono» in casa dopo il ritorno dei padri considerati all’epoca alla stregua di eroi.
Ne abbiamo parlato con Roberto Mantovani, giornalista, relatore all’incontro insieme a Leonardo Bizzaro, Luca Calzolari e Vinicio Stefanello.
Cosa rappresentò per l’Italia del 1954 la conquista del K2?
«In primis, un risultato alpinistico di primissimo piano: il K2 era l’ottomila tecnicamente più difficile salito sino a quel momento. Ma per quasi 48 milioni di italiani di quell’epoca, che non avevano mai visto né una piccozza né un paio di ramponi, quella salita fu una rivincita, la conferma che il paese aveva voltato pagina.
E in effetti, la “vittoria” del K2 segnò l’inizio di una nuova storia italiana, il passaggio dalle macerie della guerra al boom economico. Mi ha molto colpito un articolo di Bruno Zanettin, docente di geologia a Padova, che faceva parte del gruppo di scienziati aggregati alla spedizione italiana. In poche righe, Zanettin raccontava quanto nel 1954 fosse ancora forte il senso di inferiorità degli italiani nei confronti di Paesi, ad esempio la Gran Bretagna, che sul piano internazionale avevano un peso determinante.
Prima della partenza degli alpinisti, Ardito Desio lo inviò in avanscoperta a Karachi, a quel tempo la capitale del Pakistan a recuperare i carichi della spedizione che avevano viaggiato sulla motonave Asia.
E ovunque, in città, si sentì ripetere più volte la stessa domanda: “Come pensate di salire su una montagna tanto difficile, voi italiani, che vi siete comportati male in guerra?” E così, continuava Zanettin, quando fu annunciata la vittoria, lui non si meravigliò affatto che in Italia la reazione fosse stata, quasi inconsciamente, quella di una rivincita, di un riscatto sul piano internazionale.
E sappiamo bene come furono accolti gli alpinisti del K2 e quale ondata di entusiasmo travolse l’intero paese, dalle Alpi alla Sicilia. Stiamo parlando di manifestazioni di entusiasmo che non si vedono nemmeno dopo la vittoria a un mondiale di calcio.
Va anche rimarcato - e non si tratta di un elemento secondario - che l’ascensione del K2 ha alle spalle la crescita tecnologica dell’artigianato e dell’industria italiana: la stragrande maggioranza dei capi d’abbigliamento, tutte le calzature (che avevano la suola in gomma carrarmato Vibram), gli zaini, le tende, le tute in piumino, metà delle bombole d’ossigeno, erano stati fabbricati in Italia, ed erano dei prodotti d’avanguardia. E anche le corde.
Era la prima volta che quegli alpinisti, compresi quelli che nella vita esercitavano il mestiere di guida alpina, si ritrovavano tra le mani una corda di nylon. Fino a pochissimo tempo prima, le corde da alpinismo erano di canapa.
Insomma, tutta l’attrezzatura a disposizione della spedizione del 1954 era una vera novità: è sufficiente pensare che gli americani, durante il tentativo di scalata sul K2 l’anno prima, nel 1953, calzavano ancora gli scarponi chiodati…».
Qualcuno dei figli ha seguito le orme dei padri? O qualcuno vi ha spiegato perché non lo ha fatto?
«Molti di loro hanno ereditato la passione per la montagna, qualcuno ha praticato un po’ di alpinismo, ma credo che nessuno abbia raggiunto i livelli tecnici dei parenti che presero parte alla spedizione.
Ma c’è anche chi ha scelto altre strade, come è normale che sia: se sei cresciuto nel mito di una grande impresa, è probabile che, diventando adulto, pur consapevole dell’importanza dell’avvenimento che hai alle spalle, tu scelga di seguire un percorso autonomo.
Se tuo padre era uno scienziato nucleare, tu decidi magari di fare il regista cinematografico, o il meccanico o la professoressa di matematica: sono le svolte della vita. Si può voler bene ai propri genitori anche senza ricalcarne per forza le orme».
[foto credits: trentofestival.it]