L’eremo di San Valentino: in solitudine per scacciare la peste
Esperienza su un crinale «mistico» nell'ascesa al luogo di culto sopra il lago di Garda, che fu eretto nel 1638, subito dopo l'epidemia che decimò la popolazione di Gargnano. Negli anni scorsi fu ristrutturato, dopo un lungo abbandono seguito alla morte dell'ultimo eremita nel 1865
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Nelle isole greche la maggior parte dei monasteri, eremi e santuari, antichi o meno, è eretta in località solitarie, scorticate dal sole e dalle intemperie.
Il bianco delle loro pareti spicca sul fianco delle arse alture o sulle cime spazzate dal meltemi, il vento che fa impazzire, contrassegnando oasi di pace.
Quando ad un tratto appaiono, fra le quinte degli alberi, o nell'incavo di una roccia strapiombante, vengono alla mente ambienti in cui il misticismo ha trovato, nella solitudine, salde radici e ricchi frutti.
Tra odori, raggi di sole infuocati, sguardi che si perdono nell'infinito, la pietra assume valore di parola, la ristrettezza dell'ambiente utilizzato dall'uomo, strappandolo al selvatico e al profano, è musica per le orecchie del fedele.
Questa stessa esperienza sensoriale, se non proprio "mistica", la si può provare ancor oggi sul lago di Garda, all'eremo di San Valentino, eretto a mezza costa, addossato in un incavo del Monte di Gargnano.
Prima di approdare al ristretto pianoro, una porticina di legno blocca lo stretto sentiero: aprirla è come spalancare le ante su un'altra dimensione, un mondo parallelo.
Un gesto che ci fa assaporare l'esperienza che si potrebbe provare in una qualsiasi località greca al cospetto di un luogo sacro montano.
Se la passeggiata viene effettuata in primavera, quando la natura si risveglia sprigionando tutta la sua potenza mediterranea, accompagnata dagli odori forti e acri del leccio, dell'alloro, del cipresso, del frassino, del carpino e del rovere, allora l'esperienza orientale è totale.
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Lo stesso frinire delle cicale ci aiuta ad immaginarci a picco su un mare blu mediterraneo. E invece siamo sul lago di Garda.
Qui tutto è rimasto immutato nel tempo, fin da quel 1638 in cui la peste sconvolse e decimò la popolazione del posto, facendo ben 400 vittime su 3000 anime abitanti il territorio di Gargnano.
Lo stesso anno buona parte della gente si ritirò tra le rocce di monte Comèr e dietro il Denervo, cercandovi rifugio, sperando nell'isolamento.
Scomparso il morbo, eressero questa piccola chiesa con eremo annesso, in ricordo di quella catastrofe che vide per ben tre anni consecutivi l'assenza totale di battesimi.
Il San Valentino (morto nel 470 d.C., festeggiato il 7 gennaio) a cui è dedicato questo eremo è quello onorato nell'area tedesca, il vescovo di Passau (Baviera), costretto dai suoi persecutori a ritirarsi eremita tra le Alpi e per questo chiamato con l'appellativo di Santo della Rezia.
Per le genti del Sudtirolo divenne in pochi anni un Santo molto venerato e interpellato assiduamente come protettore degli animali domestici, pur non apparendo ufficialmente nell'elenco dei Santi guaritori e protettori.
L'eremo di San Valentino subì nel tempo diverse disgrazie, tra cui l'abbandono e la rovina, dopo che l'ultimo eremita, tal Geremia Paladino, lo ebbe in cura fino al 27 marzo 1865, data in cui spirò.
Era analfabeta ma un suo profilo ritagliato in carta nera, incorniciato ed appeso nella chiesetta dove lo vediamo ancor oggi – stessa immagine la troviamo nella sagrestia della parrocchia sottostante di Sasso –, ce lo ha tramandato e i fedeli del luogo lo hanno ben impresso nella memoria: è raffigurato con la bisaccia in spalla, il cappello schiacciato sulla testa, in mano un bastone e una piccola borsa. L'iconografia tipica di ogni viandante.
Probabilmente fu proprio a questo eremita che si rifece lo scrittore tedesco Adalbert Stifter per raccontare le gesta dell'eremita Jeronimus nella novella scritta nel 1845 dal titolo Zwei Schwestern / Due sorelle.
Dopo un lungo abbandono, soltanto da una decina di anni e grazie ai volontari, questo luogo di preghiera è stato restaurato e riportato in auge tra i fedeli, recuperando la piccola cappelletta, il campanile a vela, l'abside ricavata direttamente nella roccia, il piccolo locale adibito a sagrestia. Salendo per una scaletta esterna di legno si può approdare nelle stanze dell'eremita, formate da un refettorio, una piccola camera e un altrettanto minuscolo balcone.
Nei pressi, un incavo della roccia permette di raccogliere l'acqua piovana grazie ad un continuo e costante gocciolamento che si fa strada tra le fessure calcaree della parete soprastante.
L'interno della cappella è ora quasi del tutto disadorno, eccetto l'affresco sull'altare raffigurante la Madonna con il Bambino, San Valentino e un fedele.
La ripulitura dei terrazzamenti in sasso ha ridato nuova luce e vita a questo luogo e allo spirito di quei credenti che secoli fa riuscirono a trasformare un luogo orrido e spaventoso in amenissimo ritiro piantato di ogni sorta di frutti e di viti.
La mulattiera che ci conduce in questa dirupata località un tempo era percorsa anche dai carboneri, i quali salivano sulla montagna per trascorrervi in solitudine, se vogliamo eremiti pure loro, buona parte della vita, per ricavare dal legname quel materiale nero e sporco che serviva per riscaldare le case della pianura e permetteva a loro di sopravvivere.
Dalle rocce limitrofe si ricavava anche una polvere, la spulvrina, che veniva usata fino a non molto tempo fa per pulire le posate. La si estraeva da buche profonde pochi metri.
ITINERARIO
Accesso stradale
Sasso (m 546), amena località di mezzacosta inserita nel Parco Alto Garda Bresciano, è raggiungibile per strada asfaltata da Gargnano sul lago di Garda, sponda occidentale, seguendo le indicazioni "Val Vestino".
Punto di partenza/arrivo
Sasso (m 546).
Percorso
Parcheggiata l'automobile si inizia il percorso presso una bella fontana in pietra, seguendo il segnavia n. 31. Dapprima mulattiera, poi sentiero, con viste spettacolari sul lago di Garda sottostante.
In una di queste terrazze panoramiche c'è una roccia segnata da un incavo semisferico.
Si racconta che, ancor oggi, i bambini del luogo vi appoggino il ginocchio, in ricordo della genuflessione che fece qui S. Valentino per pregare. Con un breve saliscendi in una caratteristica gola si arriva all'eremo (m 772).
Rientro: dalla stessa.
Tempi
Ore 2.30 andata e ritorno.
Dislivello
220 m circa.
[Questo testo è tratto dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Andar per malghe in Trentino", edizioni Curcu&Genovese, 2015]