In cammino tra l’Adige e il Noce, sulle tracce dei viandanti medievali
Il geologo Stefano Dalli spiega la tesi con la quale si è laureato al Dams di Bologna: un'analisi dei processi di romanizzazione e cristianizzazione, della diffusione degli edifici di culto e delle vie, per cercare di capire le ragioni storico-religiose e gli influssi bizantini in quest’area delle Alpi Retiche meridionali nella quale l'autore individua anche cinque itinerari percorribili oggi
Stefano Dalli, geologo bolognese con una lunga esperienza professionale dall’Autorità di bacino del Po alla Protezione civile della Regione Emilia Romagna, nell’anno accademico 2020-21 si è laureato al Dams di Bologna con una tesi decisamente «viva» sul rapporto fra il cammino, l’arte e il territorio.
È quello fra l’Adige e il Noce, straordinariamente punteggiato di chiese, ospizi e castelli ricchi di testimonianze d’arte medievale fra romanico e gotico.
Titolo della tesi, «Il viandante contemporaneo. Camminare nell’arte nel settore nord orientale delle Alpi Retiche meridionali (bacini in destra Adige nei distretti Venosta/Vinschgau, Burgraviato/Burggrafenamt, Oltradige/Überetsch, Val di Non)».
È, in sintesi, un’analisi dei processi di romanizzazione e cristianizzazione del territorio, della nascita e diffusione degli edifici di culto e della rete viabile medievale (compresi i «servizi» di ospitalità dell’epoca) lungo la quale si sono mossi, fra gli altri viaggiatori, i pellegrini del tempo.
Di qui alcuni itinerari suggeriti in conclusione dall’autore: cinque possibili cammini, per un totale di 450 km circa, suddivisi in tappe giornaliere lunghe 12-15 chilometri.
Da Santa Maria in Val Monastero, ad esempio, il suggerimento è di raggiungere San Leonardo di Nauders toccando l’ospizio dei giovanniti a Tubre, l’ospizio di San Valentino alla Muta, di visitare la Val Roja con la chiesa di San Nicolò posta a 2000 metri.
La via Claudia Augusta viene rivisitata con due proposte e c’è un itinerario sulle tracce degli artisti itinerari lombardi che prevede di coprire circa 50 chilometri in una settimana di cammino, per vedere le opere a fresco di Johannes de Volpino e dei Baschenis: dall’Ultima Cena a Sant’Antonio di Caldaro all’Eremo di San Biagio, poi all’Eremo di Santa Giustina nella forra del Noce, quindi a Cles, Segonzone, Rumo, Livo e Marcena.
All’autore abbiamo posto qualche domanda.
Dottor Dalli, perché questa tesi nata anche camminando?
«L’anno scorso ho concluso sei anni di studio di storia dell’arte, prima con la laurea al Dams, poi con la laurea in arti visive, per passione. Sono geologo, ho lavorato soprattutto per l’ente pubblico, e alle lezioni di storia dell’arte medievale tenute dal professor Lollini sono rimasto colpito dall’esperienza del professor Ivan Foletti dell’Università di Brno che ha fatto un pellegrinaggio in Francia, con gli studenti, per mettersi nei panni dei pellegrini che andavano a San Giacomo di Compostela.
L’idea del viandante mi è venuta frequentando la Val Venosta, così mi sono proposto di cercare di capire quale sia l’esperienza del viandante contemporeaneo, in questo momento in cui i cammini sono di moda, nei territori in destra Adige fin quasi alla confluenza con il Noce».
Come è strutturata la tesi?
«Il nucleo è il cercare di capire le ragioni storiche e religiose e gli influssi bizantini in quest’area. Siamo debitori a Costantinopoli di artisti e stili, che hanno portato a definire delle modalità rappresentative specifiche in questa zona, ma che questa zona non ha prodotto con autori autoctoni.
Gli autori sono artisti itineranti che arrivano da fuori e il caso più eclatante è quello della dinastia dei Baschenis.
Interessante è poi la geolocalizzazione degli ospizi, distribuiti lungo itinerari che per noi oggi sembrano incomprensibili ma che avevano ragioni ben precise.
Itinerari come quelli seguiti dai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni - che hanno la chiesa a Tubre -: da Tarres, sopra Laces, salivano ai 2.600 metri del Passo Tarres, scendevano in Val Martello, salivano al Termen de Val sulle Maddalene, a 2.350 metri, per scendere a San Biagio, sulla forra della Novella, una comunità mista fondata per dare ospitalità ai pellegrini.
Poi, attraverso la Sella di Favogna, scendeva all’ospizio di San Floriano ad Egna. Sono itinerari seguiti anche per evitare i briganti, o per sfuggire alle dogane.
Il vescovo di Trento Federico Vanga promuove la pianificazione delle strutture di accoglienza e anche la protezione dei pellegrini».
Lei suggerisce anche alcuni itinerari.
«Propongo una serie di percorsi che derivano dalle letture incrociate e integrate delle fonti. I percorsi principali, oltre al Triangolo Retico di tutta l’asta dell’Adige fino a Caldaro, passando per Val Venosta e Meranese, comprendono la Val di Non e Cles: sopra Rumo c’è ad esempio la bellissima Ultima Cena dei Baschenis, a Segonzone altri affreschi bascheniani; un altro itinerario attraversa il Passo delle Palade, da Lana passando per San Nicolò con un’Ultima Cena e all’esterno scene dell’Annunciazione.
Questi itinerari sono, secondo me, fondamentali e più che sufficienti per avere un’idea dell’ereditarietà di quei siti, in gran parte romani, e degli stili dell’epoca, avviati dai monaci di Santa Maria/Marienberg».