ITINERARI

Il Laghestel sull'altopiano di Pinè: un tesoro da difendere

Questo biotopo, in Trentino rappresentò il primo modello di tutela di zone umide: una torbiera, erede di un antico lago formatosi fra due morene di origine glaciale, custodisce 129 specie botaniche e riveste notevole importanza per riproduzione di alcune specie di anfibi e di alcune rare specie di uccelli

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FABRIZIO TORCHIO


C’è una torbiera, erede di un antico lago formatosi fra due morene di origine glaciale, che è protetta da più di cinquant’anni.

È il Laghestel di Piné, una delle «piccole» riserve naturali più conosciute del Trentino, sia per avere rappresentato il primo modello di tutela di zone umide, sia per l’arrossamento delle sue acque, causato da un’alga chiamata Euglena sanguinea, che si verifica durante l’estate.

Nel 1974, con un esempio lungimirante, fu il Comune di Baselga di Piné ad impedire che la conca venisse edificata istituendo la Riserva naturalistica e paesaggistica del Laghestel che nel 1989 - in seguito alla legge provinciale 14 del 1986 - divenne biotopo provinciale.

«Il Laghestel di Piné - si leggeva nella deliberazione della giunta provinciale del 21 dicembre 1989 - è indubbiamente una delle aree di maggiore interesse paesaggistico e naturalistico dell’intera Provincia.

L’area è stata oggetto di un approfondito studio vegetazionale che ha portato alla realizzazione di una carta botanica ed ha evidenziato la presenza di ben 129 specie botaniche, alcune delle quali molto rare ed una serie di pregevoli associazioni vegetali.

Inoltre il biotopo riveste notevole importanza quale stazione riproduttiva di alcune specie di anfibi e di rare specie ornitiche, per alcune delle quali costituisce la stazione riproduttiva più elevata fin ad oggi conosciuta sul territorio provinciale».

Oggi la Riserva naturale provinciale del Laghestel è una zona speciale di conservazione della Rete Natura 2000, istituita dall’Unione europea per proteggere habitat e specie rare o minacciate.

È un «ambiente torbo-palustre in una cornice forestale di pino silvestre che la isola completamente», si legge nel documento sulle misure di conservazione del sito.

Ed è visitabile con un facile percorso circolare che si può seguire partendo dalla località Ferrari.

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Grazie ad una serie di pannelli informativi, camminando lungo l’anello si scoprono le peculiarità naturalistiche della conca e la storia della sua tutela, ma si viene anche invitati a riflettere sulla perdita di biodiversità, un problema planetario dinanzi al quale l’Unione europea sta reagendo con una Strategia da attuare entro il 2030. Alcune norme della legge sul ripristino della natura (2024) riguardano anche le zone umide.

Fra le azioni previste, oltre alla rimozione di piante «aliene», la ri-umidificazione delle torbiere prosciugate, il miglioramento della connettività fra gli habitat, la lotta contro il declino delle popolazioni di impollinatori.

Entro il 2050 l’Ue intende migliorare lo stato degli ecosistemi che necessitano di ripristino.

Si deve ai botanici Franco Pedrotti e Fabrizio da Trieste la segnalazione alla Società botanica italiana, nel 1969, del Laghestel.

Nel 1975, Pedrotti e Antonio Dell’Uomo notarono il fenomeno dell’arrossamento che fu poi studiato da Filippo Marcabruno Gerosa il quale, con Maria Bassi, identificò la nuova specie di alga.

Cesare Battisti (geografo, oltre che politico e giornalista) nel 1898 ne aveva accertato la profondità non superiore ai due metri e mezzo.

I pannelli che si incontrano lungo il percorso ci informano che il lago vero e proprio, di una novantina di metri di diametro, giace nella conca a forma a ferro di cavallo che si apre sull’altopiano di colline boscate fra gli 899 e i 905 metri di quota.

Nei primi decenni del XX secolo, il palinologo Fausto Lona prelevò campioni fino a 8 metri di profondità e, studiando i pollini fossili intrappolati negli strati di torba ricostruì la storia del lago formatosi al termine dell’ultima glaciazione (circa 10mila anni fa) e profondo allora fra gli 8 e i 10 metri.

Nei millenni, i pollini degli alberi cresciuti attorno al lago si sono depositati sul fondo e, esaminandoli, il professor Lona ha potuto ricostruire la storia climatica del luogo sulla base delle specie che sono cresciute nel tempo.

Oggi - si legge su uno dei pannelli informativi - il Laghestel è la «casa», oltre che di una ricca fauna, di «240 specie di alghe, 40 specie di biofite (muschi, sfagni ed epatiche), 180 specie di fanerogame (piante superiori), 35 tra associazioni e raggruppamenti vegetali. Dunque, il tesoro più grande del Laghestel è la biodiversità vegetale».

Si viene anche informati che alcune piante rare, come le Drosere o certe specie di Carex che Franco Pedrotti aveva identificato nel 1967, sono quasi scomparse. L’invasione della cannuccia di palude, le alterazioni del livello dell’acqua e un recente incendio vengono citate fra le cause della perdita di biodiversità.

Con un invito finale ai visitatori per preservare il Laghestel: «Ora dal fare dipende la sua vita: lo salveremo solo con il nostro amore, lasciandolo stare, rispettandolo e sperando nella forza e nella resilienza della Natura».













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