"I giorni grandi", il mitico diario alpinistico di Walter Bonatti
Nuova edizione illustrata del testo col quale il celebre alpinista e scrittore racconta le proprie avventure alpinistiche del periodo 1961-1965: dalla tragedia del Pilone Centrale all’invernale sulle Grandes Jorasses, dalla sofferta rinuncia sull’Eiger alla salita sulla Nord della Whymper, dal Pilier d’Angle alla ultima solitaria sul Cervino
«Come nel grande Nord», quando Bonatti e gli altri attraversarono le Alpi
Nuova edizione, che riprende integralmente il testo originale, per una pietra miliare della letteratura alpinistica: "I giorni grandi" di Walter Bonatti (1930-2011).
Pubblicato ora da Solferino (176 pagine, 17,50 euro), il volume è accompagnato da una galleria fotografica dedicata agli alpinisti che in quegli anni si legarono in cordata con Bonatti. «Ritengo che la prima qualità di un essere vivente sia il coraggio, sotto ogni aspetto. Nell’uomo ammiro il coraggio dell’azione, ma più ancora quello della rinuncia», scriveva.
Il libro fu scritto dieci anni dopo il celebre "Le mie montagne" (Zanichelli, 1961), 30.000 copie vendute, quando Bonatti era ormai «reporter dell’avventura» per il settimanale «Epoca».
Questa sorta di sequel del bestseller racchiude il racconto delle imprese alpinistiche successive (dal 1961 al 1965): "I giorni grandi" (1971) accompagna il lettore dalla tragedia del Pilone Centrale all’invernale sulle Grandes Jorasses, dalla sofferta rinuncia sull’Eiger alla salita sulla Nord della Whymper, dal Pilier d’Angle alla ultima solitaria sul Cervino nel 1965.
Il libro è la cronaca appassionante delle avventure vissute tra il 1961 e il 1965, e dei valori che le sostennero. Pagine che furono dedicate a Reinhold Messner, «giovane e ultima speranza di un alpinismo tradizionale».
Accanto a esse, Bonatti volle inserire il racconto del viaggio al Polo del freddo compiuto per «Epoca», le scalate sui monti degli dèi in Grecia, ma anche le ragioni del suo addio all’alpinismo estremo: il commiato di un gigante.
Lo stile di queste pagine conferma le sue qualità di narratore, tanto da guadagnargli le lodi di un artista come lo scrittore bellunese Dino Buzzati, la cui commossa introduzione esalta di Bonatti la sincerità, il ritmo, l’efficacia e la coerenza.
Buzzati, plaude allo stile narrativo di Bonatti, definendolo «privo assolutamente di retorica… di scarna efficacia e di serrato ritmo nelle pagine più drammatiche».
Lo scrittore e giornalista del Corriere della Sera, mostra apprezzamento anche per la scelta di Bonatti del ritiro al momento giusto, «non imposta dal peso degli anni… ma da una meditata rinuncia… quando il suo mito, la sua leggenda (il termine non è esagerato) risplende nella massima luce. […]
Deve essere stata per lui una scelta difficile e amara. […] Certo, Bonatti non si allontana dalla natura, anzi. Si è messo a girare il mondo nelle contrade più remote, ardue e strane per raccontarne a noi le meraviglie».
Nelle foto (Stefan Wallisch/Ansa): in alto la copertina del libro e un primo piano dell'alpinista; qui sopra, Bonatti con Messner