CLIMA

Calo del permafrost: tra i gravi effetti i crolli e le frane sui monti

Il surriscaldamento spinge sempre più in alto il limite dello zero termico e favorisce lo scongelamento degli strati rocciosi che fungono da collante. Matteo Zumiani (servizio geologico della Provincia): fra gli esempi recenti di questo fenomeno, il crollo di Cima Falkner avvenuto l'anno scorso nel Brenta e le colate di detriti che hanno recentemente interessato i versanti della Val Genova

La crisi climatica accelera il declino dei ghiacciai e l’instabilità in quota


FABRIZIO TORCHIO


Le immagini delle cascate d’acqua che scendevano dalle pareti verticali del Cervino, l’iconica montagna di 4.478 metri fra Italia e Svizzera, hanno fatto il giro dei media.

Le ha scattate sul versante elvetico del Matterhorn Harry Lauber, guida alpina di Zermatt di 78 anni, verso le 18 del 25 giugno scorso, mentre sul Cervino imperversava un temporale.

Luca Nisi di Meteo Svizzera ha spiegato a Rsi (la Radiotelevisione elvetica) che negli ultimi anni lo zero termico ha superato i 5.000 metri di quota per almeno tre giorni ogni estate, e che il fenomeno delle cascate sul Cervino è il risultato della combinazione di due fattori: una massa d’aria molto calda in risalita e il temporale sulla vetta.

Se lo zero termico fosse stato più in basso, sulla cima sarebbe nevicato; infiltrandosi invece nelle fratture della roccia, l’acqua raggiunge il permafrost, termine dalla contrazione della definizione inglese «Perennially frozen ground», il terreno permanentemente gelato. Viene definito come terreno o roccia che presenta una temperatura minore o uguale a 0 °C per almeno due anni consecutivi, indipendentemente dalla presenza di ghiaccio (Muller, 1947).

Il calore che l’acqua porta in profondità favorisce lo scongelamento. Il fenomeno non è nuovo; il 13 giugno del 2023, un pilastro di roccia era crollato sulla cresta dell’Hörnli, la via normale svizzera di salita al Cervino.

I ricercatori dell’SLF, istituto di ricerca di Davos che fa parte dell’istituto federale di ricerca WSL, per nove anni hanno tenuto sotto osservazione il pilastro, registrandone ogni movimento con precisione al millimetro ed effettuando prove di laboratorio della roccia che compone il crinale, simulando i movimenti misurati. Alcuni sismometri hanno fornito indicazioni sulla dinamica del crollo.

Più di uno gli effetti che aumentano l’instabilità - aveva spiegato il ricercatore dell’SLF Samuel Weber a Jochen Bettzieche di SLF News: la fusione del ghiaccio del permafrost dovuta ai cambiamenti climatici permette all'acqua di penetrare in profondità aumentando la pressione sulla roccia e portando temperature maggiori, con una reazione a catena.

Sul versante italiano, sono significativi i dati della Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani, che coordina gli enti che si occupano di ghiacciai e criosfera sul territorio della Valle d’Aosta nella ricerca, nella gestione territoriale e nella salvaguardia delle risorse legate al patrimonio glaciale.

La temperatura media annua sulla parete nord del Cervino, a 4.450 metri di quota, è stata di +0,02°C superiore alle media.

Nel 2024 era stata di -11.24°C e nel periodo dal 2012 al 2023 di -11.92°C. Al Colle superiore delle Cime Bianche, a 3.100 metri, lo strato attivo (lo strato superiore del suolo che si scongela d’estate e si ricongela in autunno) si è scongelato, nell’estate del 2025, fino a una profondità di 7,3 metri, contro i 6,9 metri dell’anno precedente e la media storica di 5,5 metri dal 2008 al 2024.

Per capire meglio l’importanza del monitoraggio del permafrost abbiamo rivolto qualche domanda a Matteo Zumiani, del Servizio geologico della Provincia di Trento, e al professor Roberto Seppi dell’Università di Pavia, curatori con l’ateneo di Padova e la Fondazione Edmund Mach del rapporto «Il permafrost in Trentino. Attività di monitoraggio 2025», pubblicato nel luglio scorso.

Dove si trova il permafrost sulle montagne del Trentino?

«La presenza del permafrost sul territorio del Trentino è tutt’altro che trascurabile: copre 150 chilometri quadrati di superficie, si trova a partire da quote pari a circa 2.500 metri, in base all’esposizione e alle caratteristiche microclimatiche, e si spinge fino alle vette più alte.

La presenza di permafrost nei versanti montuosi si manifesta con forme del rilievo come i rock glacier, ammassi di detrito estesi per centinaia di metri che contengono ghiaccio e che si muovono lentamente verso valle con velocità tra pochi centimetri ed alcuni metri all’anno.

In Trentino ne sono stati catalogati più di 700 di cui meno della metà contengono ancora permafrost».

Come è cambiato per effetto dei mutamenti climatici, negli ultimi decenni?

«Il riscaldamento atmosferico aumenta la temperatura del permafrost, causandone la degradazione e spesso la scomparsa.

Ad esempio, nel gruppo Adamello-Presanella viene misurata la temperatura della superficie del suolo su due rock glacier dal 2004. In un intervallo di 20 anni di monitoraggio queste temperature hanno mostrato un incremento di circa 0.1 °C all’anno, che significa 2 °C circa in 20 anni».

Che effetti determina, su un versante o un crinale, la riduzione del permafrost?

«La degradazione del permafrost, con il conseguente aumento dello spessore dello strato attivo, può favorire l’innesco di frane e colate detritiche che si originano in alta quota ed i cui effetti possono propagarsi fino al fondovalle.

Ad esempio possiamo citare il crollo di Cima Falkner (foto) avvenuto nell’estate 2025 nel gruppo del Brenta e le colate di detriti che hanno recentemente interessato i versanti della Val Genova.

Il ghiaccio contenuto nel permafrost, inoltre, rappresenta una riserva d’acqua strategica, ancora poco quantificata, ma più resiliente rispetto a quella fornita dai ghiacciai, destinati a ridursi più velocemente. La fusione del ghiaccio contenuto nel permafrost rischia quindi di compromettere la disponibilità e la qualità delle risorse idriche d’alta quota per il futuro».













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