il caso

Sei missili sganciati nel lago di Garda: è accaduto 25 anni fa ma restano ancora “dimenticati” nel fondale

A farli cadere nelle acque un caccia modello F15 in rientro da una missione di guerra nei Balcani: sembra che avesse poco carburante


di Daniele Peretti


LAGO DI GARDA. La cronaca racconta che nell’aprile del 1999 un aereo
caccia modello F15 in rientro da una missione di guerra nei Balcani,
sganciò nella zona dell’Alto Garda sei missili Paveway III del peso di
una tonnellata l’uno. La zona indicata dai testimoni fu quella di
Punta di San Vigilio nel comune di Garda dove il lago ha una
profondità media di 200 metri. L’episodio non fu mai chiarito: non si
sa se lo sgancio avvenne per iniziativa del pilota o per ordine
superiore.

Dalla Nato non è mai arrivata nemmeno una versione
rassicurante sul contenuto di quei missili che quando fu diffusa la
notizia dell’utilizzo dell'uranio impoverito, creò molto allarme tra
la popolazione. La cronaca finisce registrando le numerose
interrogazioni parlamentari, indagini di vario livello tutto
rimbalzate da quel muro di gomma che gli Stati Uniti e la Nato hanno
eretto. L’unica certezza è che quest’anno sono passati 25 anni dallo
sgancio
e che sul fondo del lago di Garda giacciono sei missili
inesplosi
dei quali non solo non se ne sa nulla, ma nulla si è fatto
per recuperarli, sono semplicemente dimenticati.

Fortunatamente non da tutti: a Desenzano abita un sub, Roberto, che per la ricerca di quei missili Paveway III a guida laser ha già fatto decine di immersioni.
La motivazione? “Le autorità hanno ben presto smesso di cercarli anche
se si corre un notevole rischio ambientale. Dalle interrogazioni
parlamentari pare accertato la presenza di cellule di uranio
impoverito, cosa che a livello ufficiale è sempre stata negata. In
tutti i casi il recupero avrebbe un valore storico”. La tesi ufficiale
di certo concordata con la Nato è dell’attuale Presidente della
Repubblica che nel 1999 era vicepresidente del Consiglio dei Ministri:
“Il 16 aprile un velivolo - non alcuni velivoli - F15 statunitense
della Nato stava rientrando alla base di Aviano da una missione
operativa. Poiché la pista principale dell'aeroporto era impegnata per
motivi tecnici e l'attesa in quota avrebbe comportato un consumo non
previsto di carburante, il pilota decideva di dirigersi verso
l'aeroporto alternativo di Ghedi. Tale condizione aveva già comportato
un consumo molto elevato di carburante; di conseguenza, nella rotta
per l'aeroporto di Ghedi, il pilota, per migliorare la condizione
aerodinamica dell'aereo e garantire il carburante necessario per
l'atterraggio, ha dovuto sganciare prima i serbatoi alari, ormai
vuoti, in una zona disabitata sulle montagne vicentine e,
successivamente, dopo averlo disattivato, il carico alare di bombe nel
lago di Garda. La procedura è stata adottata in condizioni di
emergenza assoluta, come previsto dal manuale di volo, e pertanto non
è paragonabile a quanto avvenuto al Cermis. Essa si è rivelata
efficace, scongiurando ogni rischi per gli insediamenti abitativi
della zona, sia per l’equipaggio dell’area in questione. Il Governo
comprende bene l'allarme e l'apprensione che l'episodio può aver
provocato nella pubblica opinione ma va chiarito che si è trattato di
un episodio dovuto ad una straordinaria emergenza ed è stato
affrontato assicurando la massima sicurezza per la popolazione che
sarebbe stata messa in più grave pericolo da una eventuale caduta
incontrollata dell'aereo per esaurimento del carburante». Dopo un
quarto di secolo è l’unica versione ufficiale.

(foto tema repertorio Ansa)













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