Consulente Stasi, 'un'impronta sul dispenser mai analizzata'

Relazione in fascicolo 2020, 'in tutto nove contatti papillari'

MILANO


(ANSA) - MILANO, 16 MAR - Sul dispenser del sapone in bagno, oltre alle due impronte attribuite con certezza ad Alberto Stasi, ci sarebbe stato anche un "frammento papillare" denso "di informazione dattiloscopica", ma "non è comprensibile il motivo per cui non sia stato utilizzato per un successivo confronto". Più in generale, le "due impronte utili per il confronto dattiloscopico" erano "parzialmente sovrapposte ad altre impronte" e c'erano almeno altri sette "contatti papillari". Lo si legge in una relazione tecnica di parte, firmata dal consulente Oscar Ghizzoni, che nel 2020, per conto dell'allora legale di Stasi, Laura Panciroli, svolse un'indagine dattiloscopica, analizzando le foto scattate all'epoca dal Ris di Parma con una particolare lampada sulle impronte trovate sul dispenser. Il fascicolo aperto a Pavia, sempre su impulso della difesa Stasi, venne archiviato nel 2020, ma ora nella nuova inchiesta, che vede indagato Andrea Sempio per l'omicidio di Chiara Poggi, uno dei molti temi da approfondire, con consulenze e ricerche di reperti, sarà proprio una nuova analisi delle impronte nella villetta, assieme a quelle sul Dna. Nella consulenza di parte si contesta il fatto che non siano state fatte analisi almeno su un frammento papillare che si ritiene leggibile: "Questo frammento avrebbe ugualmente potuto fornire un responso di compatibilità, o meno, con le impronte rilevate allo Stasi o altro soggetto". Inoltre, la "porzione" di quell'impronta risultava "sovra-illuminata in luce radente, rendendo difficile il riconoscimento di alcune minuzie caratterizzanti la medesima". E ciò per il "particolare posizionamento della lampada illuminante, che è stata sistemata in modo da favorire la ottimizzazione dei particolari delle due impronte utilizzate per il confronto con quelle dell'allora indagato, su cui si è concentrata la attenzione dei dattiloscopisti". Il consulente scrive anche che "la presenza di molteplici e vari contatti e di colature di sapone portano ad escludere un lavaggio dell'oggetto nel corso del suo ultimo utilizzo". Tesi che contrasta con la sentenza dell'appello bis sul caso Garlasco del 2014, definitiva dal 2015. (ANSA).













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