LA STORIA

Volano, Sergio Panizza: una vita fra i campi, l'impegno associativo e il municipio

Il 74enne, sulla scia del papà Elvio, rappresenta un punto di rifermento dell’agricoltura locale e una figura nota dell'amministrazione pubblica: giovane presidente del Club 3P, consigliere e assessore comunale per anni, al vertice del consorzio irriguo (con l'innovazione degli impianti a goccia) e anche del Co.Di.Pra quando affrontò la grande gelata del 2017 che danneggiò buona parte dei frutteti della val di Non

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La storia dell’imprenditore agricolo anziano di questa settimana viene da Volano ed è quella di Sergio Panizza, 74 anni, che per decenni sulla scia del papà Elvio è stato un punto di rifermento per l’agricoltura locale cominciando da giovane a fare il presidente del locale Club 3P che era uno dei più forti del Trentino per la mole di attività portate avanti al punto che ha fatto diventare l’agricoltura di Volano la più importante di tutta l’Alta Vallagarina.

Venne eletto anche consigliere dell’associazione provinciale del Clubs 3P. Ma gli incarichi di Sergio Panizza sull’esempio del papà Elvio, sindaco di Volano, furono innanzitutto a livello di consiglio comunale per ben 15 anni, dieci come assessore all’agricoltura e lavori pubblici, con sindaco Luigina Tovazzi, una donna con coraggio e grinta da vendere in un periodo che ha visto il paese  trasformarsi completamente.

Furono anni, ricorda Sergio, nei quali realizzammo molti lavori pubblici, due sottopassi una della strada nazionale e uno della ferrovia, le nuove scuole elementari, la ristrutturazione della vecchia scuola trasformata in una bellissima sede del Comune.

Ma Panizza aveva compreso molto presto i problemi che avrebbero dovuto affrontare i contadini sia per l’irrigazione che per l’antibrina. Considerato che le prospettive della disponibilità erano quelle di una riduzione, come presidente del consorzio irriguo portò avanti un progetto per trasformare l’irrigazione dalle girandole alla goccia su tutti gli estimi del consorzio, circa 250 ettari.

«Non è stato - racconta - un compito facile, anzi il presidente che era in carico prima di me non era riuscito a far passare il progetto, in quanto una parte dei soci era decisamente contrario. Poi divenne un’opera strategica che permetteva di risparmiare circa il 40% dell’acqua necessaria per irrigare».

Altro settore che ha visto Panizza impegnato in prima linea, è stato il Co.Di.Pra, e caso volle che ne fosse presidente proprio nell’anno della famosa gelata che ha colpito buona parte dei frutteti della Valle di Non, il 2017.

Purtroppo, ricorda Panizza, i nonesi per risparmiare avevano limitato l’assicurazione alle zone che erano note come più esposte alle gelate. Quell’anno però la temperatura era scesa molti gradi sotto lo zero ovunque e pertanto il danno fu enorme. Fu a quel punto che assieme al direttore Francesco Colato presero la strada per Roma dove si recarono molte volte per diversi mesi per far pagare dal ministero anche i danni causati nelle zone non assicurate.

«Pochi anni dopo - prosegue Panizza - abbiamo dovuto gestire un’altra calamità in valle di Non una grandinata molto diffusa, visto che non era possibile accedere ai fondi nazionali di fatto per rimborsare i danni abbiamo consumato il bel capitale che avevamo messo come riserva».

Ma ora veniamo a parlare dell’azienda Panizza.

«Io - spiega - ci sono entrato a 14 anni, subito dopo le medie. A 16 anni mi son trovato sulle spalle la gestione, in quanto mio padre che era presidente della Cavit in pratica in azienda non c’era mai.

Nel 1967 assieme a mio papà abbiamo comperato un grande appezzamento in collina sopra Volano vicino a quello che avevamo già in nostra proprietà. Bonificammo tutto e divenne un bel vigneto.

Sempre gli vicino comperammo un altro ettaro di vigneto con un mutuo quarantennale. L’azienda originale di papà era di un ettaro e mezzo, in fondovalle, e lì vicino comperammo altri 3000 metri di terra».

Sergio, è stato antesignano anche sul fronte varietale: fu fra i primi a piantare la Pink Lady, una varietà Club, poi è stato molto difficile ampliare la superficie in quanto la proprietà del Club ha sempre fatta una politica restrittiva per mantenere alta la domanda per la scarsa presenza di prodotto. Peccato, perché era una varietà di mele molto ben retribuite.

«Tutti i frutteti di fondovalle vennero dotati di rete antigrandine, irrigazione a goccia e sistema di difesa antibrina. Per assicurare una quantità d’acqua sufficiente ho dovuto perforare un pozzo molto profondo, arrivando alla seconda falda in quanto la prima aveva una portata molto limitata, dotando il pozzo di pompa sommersa», racconta.  

Ora, da 4 -5 anni ha dovuto abandonare l’azienda per motivi di salute cedendo anche tutta l’attrezzatura che era di prim’ordine.

«La cosa - dice - mi ha fatto molto dispiacere, negli ultimi 10 anni era entrata in azienda anche mia moglie Luisa, che era diventata anche un’ottima trattorista, dopo aver abbandonato il lavoro in ufficio».

Ma come valuta l’introduzione del biologico in frutticoltura?

«Io non ho dubbi vista anche l’esperienza di diversi amici frutticoltori di Aldeno e Mattarello che anche il biologico inquina, basti pensare al numero di trattamenti necessari con il rame che portano a superare la soglia europea. Senza parlare degli insetti esotici che mancando insetticidi si diffondono molto più velocemente nella frutticoltura biologica». 

Un’ultima domanda: consiglierebbe ad un giovane di fare l’imprenditore agricolo?

«Avrei molti dubbi afferma, perché non vedo un futuro molto roseo e pertanto farei fatica a consigliare questa strada oggi».













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