LA STORIA

Montevaccino, Mario Bortolotti: dalla guardia di finanza all'azienda agricola

Intervista con l'ottantenne che ha gestito per quarant'anni l'impresa, prima di passare il testimone al nipote Lucio: coltiva uva e mele sulla collina est di Trento. «Si è affermata sempre di più la convinzione che servano meno pesticidi e maggiore responsabilità da parte dei contadini: l’obiettivo prodotti sempre più genuini e salubri, nel rispetto dell’ambiente e della salute»

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CARLO BRIDI


La storia di questa settimana arriva dalla collina est di Trento, precisamente da Montevaccino, ed è quella di Mario Bortolotti, che compirà 81 anni il prossimo 27 maggio.

Dopo una vita di lavoro tra agricoltura e impegno nel sociale, da alcuni anni ha passato il testimone al nipote Lucio, che dopo aver completato gli studi, ha preso in mano l’azienda di famiglia. Mario continua comunque a dare una mano quando necessario, mettendo a disposizione esperienza e passione maturate in decenni di attività.

«Mi sono arruolato nella guardia di finanza nel 1964 e mi sono congedato nel settembre 1987 con il grado di maresciallo Capo. Agricoltore, in realtà, lo sono sempre stato, per tradizione familiare, ma è dopo il congedo che nasco come imprenditore agricolo», racconta.

Dopo aver lasciato il servizio, infatti, ha frequentato un corso all’istituto agrario di San Michele e, sempre nel 1987, si è iscritto come coltivatore diretto, iniziando così una nuova fase della propria vita professionale.

Ci racconta la sua azienda?

«Nasce nel 1987, si sviluppa su una superficie coltivabile di circa 5,5 ha, suddivisi in quattro appezzamenti, tutti irrigati a goccia.

La parte coltivata a vite occupa circa 5 ha, mentre il resto è destinato alla coltivazione di mele Golden.

Tra il 2003 e il 2016 il meleto, che in passato occupava una superficie molto più ampia, è stato progressivamente trasformato in vigneto: oggi l’azienda coltiva circa 3,5 ha a Chardonnay e 1,5 ha a Müller Thurgau».

Lei è stato impegnato per molti anni anche nel mondo cooperativo e associativo.

«Sì, ho sempre creduto molto nell’importanza della cooperazione e del lavoro di squadra. Sono stato consigliere della Poa e, successivamente alla fusione tra Poa e Concopra in Apot, sono stato nominato consigliere in rappresentanza dei produttori singoli per la Poa. Sono stato inoltre consigliere di Confagricoltura Trento fino al 2018, per poi rimanere componente del collegio sindacale fino allo scorso anno. Attualmente faccio parte del Consiglio Anpa».

Facendo un confronto tra l’agricoltura di 50 anni fa e quella di oggi, quali sono stati i principali cambiamenti?

«La nostra agricoltura, fino agli anni 1975-1980, era basata soprattutto sulle coltivazioni tradizionali di quel periodo: patate, mais, frumento, falciatura dei prati. Se confrontiamo l’agricoltura di 50 anni fa con quella di oggi, è cambiato praticamente tutto, a partire dalla meccanizzazione.

Negli anni è inoltre diminuito notevolmente l’utilizzo dei pesticidi, con una maggiore attenzione all’ambiente e una più forte consapevolezza riguardo alla salute degli operatori agricoli e dei consumatori, anche grazie all’introduzione delle certificazioni.

Non dobbiamo mai dimenticare che un prodotto genuino nasce dalla terra, coltivata con amore e serietà da chi è convinto che senza di essa non si possa vivere».

La difesa sanitaria è sempre stata un tema centrale in agricoltura. Com’è cambiato l’approccio nel tempo?

«Negli ultimi anni si è affermata sempre di più la convinzione che servano meno pesticidi e maggiore responsabilità da parte degli operatori agricoli. L’obiettivo è ottenere prodotti sempre più genuini e salubri, nel rispetto dell’ambiente e della salute delle persone».

Dove conferite i vostri prodotti e siete soddisfatti dei risultati?

«Attualmente le uve vengono tutte conferite a cantine private, con ottimi risultati. Prima della trasformazione del frutteto in vigneto, le mele venivano invece conferite al Consorzio 5 Comuni di Lavis.

Nel complesso posso dire di essere soddisfatto, perché il sistema cooperativo trentino ha rappresentato negli anni un importante punto di riferimento per gli agricoltori del territorio».

È stato titolare dell’azienda fino a pochi anni fa. Com’è stato il passaggio generazionale?

«Sono stato titolare dell’azienda agricola Bortolotti Mario dal 1987 al 2014 e successivamente contitolare della società semplice Simalù, fino al 2018. Oggi l’azienda è gestita da mio nipote Lucio, diplomato enotecnico all’istituto agrario di San Michele e successivamente laureato in enologia.

Il passaggio generazionale è avvenuto in modo naturale e sono molto soddisfatto del percorso che sta portando avanti».

Si è mai pentito della scelta fatta tanti anni fa di lasciare la guardia di finanza per l’agricoltura?

«Mai. È stata una scelta impegnativa, ma mi ha dato grandi soddisfazioni, sia dal punto di vista umano sia professionale».

Che rapporto ha con l’ambiente?

«I miei rapporti con l’ambiente sono ottimi, perché vivo costantemente a contatto con la natura: è il mio habitat naturale. Credo che chi lavora in agricoltura abbia anche il compito di custodire il territorio e preservarlo per le generazioni future».

Ha mai pensato al biologico?

«Dal 2014 l’azienda è certificata biologica per quanto riguarda le uve, mentre per le mele viene mantenuta la coltivazione convenzionale. La sostenibilità e il rispetto dell’ambiente sono temi che considero molto importanti».

Quali sono i suoi hobby?

«Coltivo l’orto, collaboro ancora con l’azienda e mi piace praticare innesti, soprattutto sul castagno. Mi dedico inoltre alla moltiplicazione delle rose per talea, un’attività che mi appassiona molto».

Cosa dicono gli amici e la famiglia della sua scelta di vita?

«I miei amici e la mia famiglia hanno sempre condiviso le mie scelte: senza il loro sostegno non sarei riuscito a fare tutto quello che ho realizzato nel corso degli anni. Il loro supporto non è mai mancato, nei momenti facili come in quelli più difficili, e per questo li ringrazio profondamente».

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