LA STORIA

Faedo, Graziano Fontana: l'agricoltura offre opportunità, servono passione e capacità d'innovare

Sulla collina sopra San Michele all'Adige l'incontro con l’imprenditore viticolo Graziano Fontana, 72 anni, attivo nell'azienda familiare insieme alla moglie Renata e ai tre figli Walter, Andrea e Giulia. Vigneto e frutteto sono l'anima dell'impresa, che produce sia vini fermi sia Trentodoc

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CARLO BRIDI


Per raccogliere la testimonianza della serie “Come eravamo” di questa settimana ci siamo recati a Faedo, sulla collina sopra San Michele all'Adige, dove abbiamo incontrato l’imprenditore viticolo Graziano Fontana che, nonostante i suoi 72 anni, è ancora molto attivo in azienda. Anche nelle fredde giornate battute dal vento lo si trova spesso in campagna a potare le viti.

L’azienda rappresenta un esempio di realtà familiare fortemente radicata nel territorio. Accanto a Graziano e alla moglie Renata lavorano infatti anche i tre figli Walter e Andrea, impegnati nella gestione dei vigneti, e Giulia che, entrata a tempo pieno in azienda, segue la parte contabile e burocratica oltre all’accoglienza.

L’attività aziendale si estende interamente sul territorio comunale di Faedo. I terreni sono suddivisi in circa una quindicina di appezzamenti e nel corso degli anni la famiglia ha cercato, quando possibile, di acquistare terreni confinanti per accorparli e renderli più funzionali alla lavorazione.

Nel vigneto vengono coltivate diverse varietà, tra cui prevalentemente Chardonnay e Pinot nero, ma anche Gewürztraminer, Sauvignon, Lagrein, Müller Thurgau e Schiava.

Il frutteto è invece dedicato soprattutto alla coltivazione di mele delle varietà Golden, Granny Smith e Gala.

Una parte dell’uva viene vinificata direttamente in azienda, dove la famiglia Fontana produce sia vini fermi sia Trentodoc.

La produzione si aggira mediamente intorno alle 25.000 bottiglie all’anno. Nel 2026 è prevista la sboccatura di circa 6.000 bottiglie di Trentodoc Riserva prodotte in azienda.

Il resto della produzione viene conferito alla Cantina sociale di Trento.

Negli ultimi anni l’azienda ha sviluppato anche la parte legata all’accoglienza, con l’apertura di un punto vendita aziendale che consente di valorizzare direttamente i propri prodotti, far conoscere i vini e rafforzare il rapporto con il territorio.

Graziano, possiamo fare un confronto fra l’agricoltura di oltre cinquant’anni fa e quella attuale?

«Quando ho iniziato negli anni ’80 l’agricoltura era soprattutto un lavoro manuale, con pochi mezzi meccanici e molto lavoro fisico. Con il tempo però il settore è cambiato profondamente: sono arrivati nuovi macchinari, tecniche agronomiche più precise e una maggiore attenzione alla qualità delle produzioni. Anche le varietà coltivate sono cambiate, con scelte sempre più orientate al mercato e alla qualità, con particolare attenzione alle varietà autoctone».

Uno dei problemi sempre presenti è quello della difesa sanitaria: quale era l’approccio cinquant’anni fa e quale invece quello odierno?

«Un tempo la difesa delle colture era più semplice ma anche meno mirata: si interveniva meno spesso e soprattutto in modo preventivo, con pochi prodotti a disposizione ma generalmente più efficaci di quelli attuali.

Oggi invece la gestione è molto più tecnica: si utilizzano modelli previsionali, stazioni meteo e consulenze agronomiche per intervenire solo quando necessario e ridurre l’impatto sull’ambiente.

Negli ultimi anni però è aumentato anche il peso dei costi: dopo l’inizio della guerra in Ucraina il prezzo dei prodotti fitosanitari è quasi raddoppiato, incidendo sulla sostenibilità economica delle aziende agricole. Ora vedremo cosa accadrà anche con le tensioni legate all’Iran, ma purtroppo le previsioni non sono delle migliori».

Dopo tanti anni si è mai pentito della scelta fatta?

«No, non mi sono mai pentito. Fare l’agricoltore è impegnativo e dipende molto dal clima e dal mercato, ma mi ha dato e mi dà ancora grandi soddisfazioni. In questi anni abbiamo visto crescere l’azienda e svilupparsi anche la produzione di vino, che oggi rappresenta una parte importante del nostro lavoro. Seguire tutto il percorso, dalla vigna alla bottiglia, è una soddisfazione che ripaga dei sacrifici».

Ha mai pensato di trasformare il metodo di coltivazione in biologico?

«Personalmente non ho mai creduto molto nella conversione al biologico. Credo piuttosto in una gestione sostenibile a 360 gradi. In azienda abbiamo anche una piccola stalla, una passione che mi ha trasmesso mio padre Settimo, e i reflui dell’allevamento vengono utilizzati come fertilizzanti nei terreni aziendali, così da non sprecare nulla e mantenere un ciclo agricolo il più possibile sostenibile».

Nella sua vita è mai riuscito a coltivare qualche hobby?

«In realtà il lavoro ha sempre occupato gran parte del mio tempo. L’agricoltura è stata ed è ancora la mia più grande passione. Mi piace stare all’aria aperta e seguire il territorio, perché chi fa questo mestiere ha un legame molto forte con la propria terra. 

Nel corso degli anni mi sono dedicato soprattutto all’azienda e alla famiglia, che hanno sempre richiesto molto impegno. L’attività agricola occupa gran parte del tempo e richiede presenza costante, per questo ho preferito concentrarmi sul lavoro in azienda e sulla crescita dell’attività insieme ai figli».

Consiglierebbe a un giovane di intraprendere la strada dell’imprenditore agricolo?

«Sì, ma con passione, preparazione tecnica e capacità di innovare. Non è un lavoro con orari o giorni festivi: la terra richiede presenza e sacrificio costanti. Ma se ci sono determinazione e voglia di lavorare, l’agricoltura può ancora offrire opportunità. Perché, nonostante le difficoltà, la natura prima o poi restituisce sempre ciò che le dai: la natura non ti tradisce».













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