Michela, la contadina laureata in beni culturali 

La storia della domenica. A 29 anni la scelta di mollare il settore in cui si è specializzata per prendere in mano l’azienda agricola di famiglia, aiutando il papà Mauro Caldini

di Carlo Bridi

Trento. Il mondo dell’agricoltura regala spesso storie interessanti da raccontare. Stavolta è una giovane donna di 29 anni la protagonista di questa storia che merita di venire raccontata. Una giovane contadina che dopo il diploma all’Istituto d’Arte di Trento e la laurea in beni culturali, e dopo aver svolta diverse attività come dipendente, ha deciso prima di affiancare papà nella conduzione dell’azienda agricola dal gennaio dell’anno scorso per diventare, quest’anno, titolare dell’azienda, con tanto di Partita Iva aperta. Parliamo di Michela Caldini, 29 anni, figlia di Mauro, che per molti anni fu valido funzionario dell’Unione Contadini prima e di Coldiretti poi, che ritiratosi per la pensione si è messo a fare il coltivatore a tempo pieno.

Laureata in beni culturali

Ma per non partire con il piede sbagliato - avendo lei una laurea in tutt’altra specializzazione (beni culturali) - Michela ha da poco concluso il primo anno del corso biennale delle 600 ore organizzato dalla Fondazione Mach, per aspiranti giovani imprenditori agricoli. «Un corso - afferma - molto interessante in quanto ti dà le basi sia sul piano tecnico che sull’importante aspetto burocratico della gestione dell’azienda». Purtroppo, però, il premio d’insediamento rischia di perderlo se non cambieranno le regole, in quanto ha aperto la Partita Iva il primo gennaio, ma il bando quest’anno non è ancora uscito e serviva presentare la domanda entro i sei mesi dall’avvio dell’attività (i sei mesi sono già trascorsi da pochi giorni e non certo per colpa sua) e di conseguenza, se non verranno cambiate le regole, Michela rischia almeno per questo frangente di non poter inoltrare la domanda e quindi beneficiare del previsto premio di insediamento.

La scelta di vita

La sua decisione di dedicarsi a tempo pieno all’azienda agricola di famiglia, spiega, è anche la conseguenza del fatto che 12 anni fa lei e il suo fratellino, che era ancora piccolo, sono rimasti senza la mamma. Il papà, adesso che ha superato i 70 anni, ha bisogno di una mano per mandare avanti l’azienda. «Certo, ho dovuto cominciare da capo - racconta Michela - perché quella agricola è una professione che non si improvvisa. Tanto per dirne una, non sapevo nemmeno guidare il trattore visto che tutto questo non ha nulla in comune con i beni culturali e nemmeno con le varie attività che ho svolto dopo la laurea». Ma allora perché la scelta di dedicarsi a tempo pieno all’agricoltura? La domanda è inevitabile ma tutt’altro che scontata è la risposta: «Solo per passione, una passione che mi ha trasmesso il mio papà. Io sono convinta che se non hai passione non fai queste scelte che possono anche dare molta soddisfazione, ma di sicuro sono impegnative se a monte non c’è una grande passione. Se c’è una cosa che mi dispiace è quella di non aver preso prima questa scelta visto che adesso mi sento veramente appagata del mio lavoro. L’arte ora la vedo come hobby».

I progetti in cantiere

Sono diversi i progetti in cantiere, «che sto coltivando assieme a papà che è ancora il mio maestro», afferma la giovane imprenditrice agricola. «C’è anche mio fratello che lavora in agricoltura ma come dipendente, sarebbe bello arrivare ad ampliare l’azienda per dare lo spazio di una lavoro e del relativo reddito anche a lui. Ad esempio, con l’apertura di un agriturismo che in zona potrebbe funzionare bene». A questo punto viene da chiedersi quali siano i sogni nel cassetto. «Vorrei che tutta la mia famiglia potesse essere impegnata a tempo pieno nell’azienda famigliare», sottolinea Michela. E alla domanda se dopo 18 mesi dalla scelta è pentita la risposta è decisa: «Assolutamente no, anzi l’unico mio rammarico è quello di non averci pensato prima, perché dopo un anno e mezzo non solo la passione e l’entusiasmo non sono diminuiti, ma aumentati».

Il passaggio al biologico

La sensibilità ambientale per Michela Caldini è molto forte, i 12.500 metri quadrati di viti sono all’ultimo anno della fase transitoria per passare al biologica, il progetto era già stato avviato da papà. Le varietà coltivate sono pregiate: Chardonnay, Pinot Grigio, Traminer e un po’ di Merlot. Il resto dell’azienda, 9.000 metri quadrati, sono coltivati a mele e sono già coltivati con criteri biologici da tempo. «Sono profondamente convinta che la strada corretta per l’agricoltura del futuro è quella dell’agricoltura biologica - sottolinea la giovane coltivatrice trentina - ma i prodotti dovrebbero essere valorizzati meglio. Lo Chardonnay serve come base spumante per la Ferrari che ha già tutta l’azienda certificata biologica quindi ha già iniziato la valorizzazione pagandoci già di più dell’uva prodotta con il metodo convenzionale».

Gli altri interessi

Michela Caldini è una persona ricca di interessi culturali: ama la danza, la pittura, ma anche le grande camminate in montagna, soprattutto sulle cime del Trentino. «Certo - afferma - i miei amici si sono un po’ stupiti della mia scelta, ma in modo positivo apprezzandone il coraggio e la determinazione nel recuperare tutta quella cultura agricola della quale sono carente». Sentimentalmente è legata a Manuel con il quale convive a Vigo Cavedine, che però svolge un’altra attività.

©RIPRODUZIONE RISERVATA.