IL PERSONAGGIO

Irene Scalet, a 21 anni allevatrice a passo Cereda 

Ha proseguito l’attività di famiglia. Diplomata geometra, si è inserita subito nell’azienda «Con il premio Fem acquisterò attrezzature e farò un piccolo caseificio. Poi c’è l’apicoltura»

di Carlo Bridi

Primiero. Passo Cereda, a 1300 metri sul livello del mare, è una di quelle zone di montagna del Trentino fra le più presidiate dal punto di vista ambientale, grazie a una presenza umana di alcune famiglie di allevatori, che lo rende particolarmente bello ed accogliente anche dal punto di vista turistico. L’esempio è stato dato dalla numerosa famiglia di quel grande uomo sia dal punto di vista imprenditoriale che sociale quale era Antonio Broch, e la sua splendida moglie Maria, ancora attiva in cucina dell’accogliente agritur, ma anche allo stuolo di figli, diversi dei quali hanno seguito le sue orme. Ma appena un tornante sotto il passo, si è insediata un’altra azienda di allevatori storici, la famiglia di Giancarlo Scalet. La nostra storia di oggi ci porta a raccontare la scelta professionale di una dei cinque figli di Giancarlo e di Lina: Irene. Solo 21 anni, con il diploma di geometra in tasca, ma con una gran voglia di proseguire nell’attività zootecnico- agrituristica della famiglia, anche perché, afferma sommessamente, il lavoro di geometra in Primiero è molto scarso.

Tre anni fa, appena conseguito il diploma, Irene Scalet, si è inserita all’interno della Società Agricola Semplice: “Scalet- Bruder Bauerhof”. Considerato che il suo diploma delle superiori non era agricolo, per inserirsi in azienda ha dovuto frequentare il corso delle 600 ore per giovani imprenditori organizzato dalla Fem. Un impegno non di poco conto perché ogni volta che si reca a san Michele all’Adige deve percorrere 250 chilometri. «Un corso interessante per la parte tecnica perché per il resto con il mio corso di scuola superiore erano molte altre cose le avevo studiate» afferma la ragazza. Ha presentato la domanda per il premio d’insediamento che le è stato assegnato ma lo potrà incassare solo a conclusione del corso delle 600 ore. Con il premio punta ad acquistare attrezzature per la stalla e alla ristrutturazione dei locali al piano terra della casa per fare un mini caseificio che serva però solo per la trasformazione del latte di capra, (ne possiede una quindicina), in quanto quello vaccino va al Caseificio Sociale Primiero che lo retribuisce bene, 0,63 - 0,65 euro al chilo. Questo perché vuole differenziare le produzioni in azienda per quanto possibile. In quest’ottica va vista anche la produzione di miele di alta montagna. Per questo prevede di realizzare anche un piccolo laboratorio per la smielatura e il confezionamento del miele. A proposito del miele chiediamo come va il raccolto quest’anno visto che tutti si lamentano. «Noi - racconta Irene - quest’anno fino ad oggi abbiamo una ottima produzione di miele dai fiori di tarassaco, e non abbiamo avuto nessuna moria particolare delle api. Ora, la prossima fioritura sarà quella dei rododendri e potremo avere il prezioso miele di questo fiore», precisa.

L’azienda, è una classica azienda zootecnica di montagna: 35 ettari di prati stabili più 60 a pascolo nella malga Fossetta in affitto dal Comune, collocata sopra Passo Cereda a 1500 metri. In malga è stato aperto anche un locale agrituristico, con 12 posti letto e 35 posti a sedere nel punto di ristoro dove serviamo i piatti classici della zona di montagna. «Certo spiega Irene -, quest’anno non sappiamo nemmeno se riusciremo ad aprire l’agritur viste le forti restrizioni e la dubbia presenza di escursionisti». La mandria è composta da una settantina di capi compresa la rimonta, le razze sono in prevalenza Pezzata Rossa, per il resto Frisona ed altre razze. La produzione media/lattazione per essere a questa quota, è molto buona, siamo fra gli 80 e i 90 quintali/capo. Oltre come detto, di 15 capre.

«Una scelta la mia- afferma Irene- che è dovuta alla passione per l’allevamento, ma anche perché la vita all’aria aperta è quella che mi piace, non riuscirei a vedermi chiusa fra le quattro mura di un ufficio. Per questa ragione - pur considerando la vita dell’allevatore di montagna una vita dura -, non credo di aver fatta una scelta sbagliata. Anzi, una scelta che è anche una scelta di vita». Non ha dubbi sul fatto che a distanza di tre anni rifarebbe la stessa scelta, «perché un lavoro che ci porta ad essere immersi nella natura non ha paragoni con nessun altro modello di lavoro». In quest’ottica Irene ha anche una spiccata sensibilità ambientale: «Il mio rapporto con l’ambiente è un rapporto di amore e di rispetto e credo che con il nostro lavoro contribuiamo in modo notevole alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio anche in funzione turistica. Ma non vedo nessuna necessità di trasformare l’azienda in biologica in quanto di fatto non siamo lontani dal biologico».

Irene è impegnata anche nel sociale nei gruppi parrocchiali e nello sport, le piace molto sia lo scii da fondo che lo scii alpinismo. Alla domanda di come vedono gli amici la sua scelta la risposta è molto precisa: «Una scelta coraggiosa, che non tutti farebbero in quanto non ci sono orari ne fine settimana liberi».