LA STORIA

«A 103 anni spacco ancora la legna: non è il lavoro che rovina ma lo stress»

Oggi, 12 novembre, l'ultracentenaria Iolanda Sandri da Baselga di Pinè ha incontrato una classe delle medie a Segonzano: il racconto di una vita segnata da sacrifici, rinunce e impegno. L'emigrazione in Francia, il rientro in Trentino, gli anni del regime fascista e della guerra, il lavoro nei campi e quello al consultorio pediatrico. Ai ragazzi dice: «Non ho rimpianti, rifarei tutto. Fate più bene che potete, mai del male agli altri e a voi stessi»

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Un incontro speciale. Una testimonianza preziosa, come ce ne sono davvero poche. Oggi, 12 novembre, alla scuola secondaria di primo grado di Segonzano dell’Istituto comprensivo di Cembra gli studenti della seconda A e i professori Francesca Patton, Francesca Pantaleo, William Cozza ed Elsa Debiasi hanno incontrato la ultracentenaria Iolanda Sandri

Al centro dell’incontro la vita di Iolanda, una vita semplice, vera, fatta di sacrifici, rinunce e tanta umiltà. Gli occhi celesti come il cielo, un viso lunare e gentile e una voce chiara e precisa ha condotto i ragazzi e le ragazze della seconda A in un viaggio lungo un secolo. 

Iolanda nasce a Trento il 26 maggio del 1922, nel ‘29 però si trasferisce in Francia perché il padre lavorava nelle miniere di carbone. Ha vissuto in un casermone nei pressi della miniera assieme ad altre 19 famiglie, ma all’età di 11 anni ha dovuto tornare in Italia, in Trentino, a Baselga di Pinè per prendersi cura dei nonni, vissuti anch’essi a lungo.

Ricorda Iolanda: «Ho sofferto molto il distacco dalla mia famiglia. Ho pianto per mesi. Per fortuna c’era la maestra Mattivi che mi faceva da mamma. Poi lentamente mi sono rimboccata le maniche e ho lavorato».

Lavorato e studiato. La scuola all’epoca subiva l’influsso del fascismo e i segni di quel periodo si possono ancora ben vedere in Iolanda che di quegli anni rievoca: «Avevamo la foto del Duce in classe, si faceva il saluto fascista, per le feste nazionali dovevamo marciare vestiti tutti di bianco e nero. Le bambine avevano una camicia bianca, gonna nera e berretti neri. Facevamo le prove nel campo della scuola e poi marciavamo in piazza e cantavamo l’inno alla Giovinezza», racconta per poi commentare: «Tutto ci pareva  totalmente normale...». 

La Seconda guerra mondiale a Baselga di Pinè viene, successivamente, raccontata dalla voce di Iolanda Sandri che si sofferma su alcuni aspetti in particolare: «Avevamo paura del “Pippo”, un aereo di ricognizione tedesco che se vedeva qualche luce accesa la notte o se trovava qualcuno per strada, sparava. Una volta mi ero dimenticata di oscurare bene le finestre di casa, avevo usato un panno chiaro e non scuro e i soldati tedeschi sono venuti a verificare la situazione a casa mia.

Poi si aveva paura quando si sentivano i bombardamenti sul Pont dei Vodi, bombardamenti utili a interrompere i rifornimenti tedeschi sul fronte italiano.

In quegli anni avevamo una tessera per prendere cibo. Ognuno riceveva dei beni contingentati, ma a volte noi facevamo scambio di tessere in modo da barattare certi beni».

Di fronte alle domande degli studenti della seconda, Iolanda risponde, a volte, con imbarazzo. Sono le domande legate ai suoi svaghi, ai momenti di leggerezza a metterla maggiormente a disagio.

Della sua infanzia ricorda un gioco in particolare: il salto della corda. In quel momento sorride e si emoziona.

Per il resto lei ha sempre lavorato. Avrebbe voluto diversi oggetti, ma non poteva permetterseli. Non ha mai imparato ad andare in bicicletta. Lei si prendeva cura della casa, dei campi, degli orti e ancora oggi a 103 anni pensa ancora lei a spaccare la legna.

Afferma Iolanda: «Non è il lavoro che rovina, è lo stress, fare troppo e in fretta. Lavorare, invece, senza sforzarsi, quello che ci si sente, fa bene. Io vorrei lavorare ancora».

Iolanda, oltre ai lavori nei campi, è stata inserviente al consultorio pediatrico di Baselga di Pinè. Si è sposata nel 1957 e ha avuto due figlie.

A colpire maggiormente la classe seconda A è la totale accettazione della vita, la grande generosità di questa donna, fatta di perdono e presenza, la sua capacità di accogliere ogni aspetto dell’esistenza con umiltà.

Alla domanda: «È felice della sua vita?». Lei sgrana gli occhi, lascia intravedere il suo “universo interiore” in uno sguardo e risponde con un messaggio che fa pensare al superuomo di Nietzsche: «Non ho rimpianti, farei tutto come ho fatto». E agli studenti, commossa, in conclusione suggerisce: «Fate più bene che potete per il vostro bene, non fate mai del male agli altri e a voi stessi».













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